ICI E CHIESA/ Palombelli: è l’eutanasia della carità

Per BARBARA PALOMBELLI, scrittrice e opinionista tv, “l’introduzione dell’Imu per la Chiesa è un’‘eutanasia della carità’, in quanto toglie degli utili a chi li utilizza per fini sociali”

02.03.2012 - int. Barbara Palombelli
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Barbara Palombelli (Imagoeconomica)

“Le comunità religiose finanziano le loro opere di carità, come mense dei poveri e missioni in Africa, attraverso affitti, rette scolastiche e attività che il nostro governo definisce come ‘commerciali’. L’introduzione dell’Imu per la Chiesa è quindi un’‘eutanasia della carità’, in quanto toglie degli utili a chi li utilizza per fini sociali”. Barbara Palombelli, scrittrice e opinionista televisiva, commenta così per Ilsussidiario.net la vicenda dell’Imu sui beni della Chiesa.

Palombelli, che cosa ne pensa della decisione del governo Monti di distinguere tra le attività commerciali e non commerciali gestite dalla Chiesa?

E’ molto difficile stabilire una differenza tra attività commerciali e attività senza fini di lucro. Nella mia parrocchia per esempio i locali sono affittati in modo commerciale, ma i proventi sono poi ridistribuiti per i poveri della periferia, che vengono a bussare alla porta della chiesa per mangiare o per dormire. Le scuole elementari che ho frequentato io utilizzavano le rette degli alunni per sostenere le suore missionarie. Altri istituti cattolici gestiscono dei pensionati per studenti, destinando quindi gli utili alle consorelle e ai confratelli in Africa o nell’Estremo Oriente, oppure aiutare le varie comunità. Le realtà religiose insomma finanziano la loro carità attraverso questi canali. E’ questo il motivo per cui ho parlato di “eutanasia della carità”, in quanto togliere degli utili a chi li destina a fini sociali mi sembra una follia.

Il compito di aiutare i poveri spetta allo Stato o alla Chiesa?

Innanzitutto, la questione è che è in atto un’intromissione scorretta dal punto di vista del diritto. Dopo il 1929, in seguito all’acquisizione da parte dello Stato di tutti i beni appartenuti per secoli alla Chiesa, sono rimasti soltanto i luoghi di culto e gli spazi donati da nobili e borghesi per fini sociali attraverso dei lasciti testamentari. Chi dona un immobile, una proprietà o una somma di denaro alla Chiesa, lo fa perché vuole che quest’ultima sia destinataria del 100 per cento della donazione. Se un cittadino volesse destinare i suoi averi allo Stato si comporterebbe altrimenti, e quindi interferire con queste volontà è contrario ai diritti dei privati.

In molti hanno messo sotto accusa la Chiesa per le sue ricchezze. Lei ritiene che abbiano ragione?

Peccato che non si parli mai delle ricchezze dello Stato, che in passato ha acquisito moltissimi immobili sottraendoli alla Chiesa. Tutto quello che un tempo era gestito dagli enti religiosi è passato allo Stato. L’esproprio incominciato con i Savoia, che toglievano alla Chiesa per ricompensare i loro cavalieri, è stato di dimensioni così grandi che alla fine Benito Mussolini firmò un assegno di indennizzo per risarcire il Papa. Per fare un esempio, i frati di Assisi avevano 1.100 ettari coltivati, erano autosufficienti dai tempi di San Francesco e oggi si trovano a vivere di carità. Chi accusa la Chiesa, che cosa risponde a tutto questo?

 

Secondo lei perché numerose persone ogni anno scelgono di lasciare in eredità i loro beni alla Chiesa e non invece allo Stato?

 

Intanto è un’usanza che si tramanda di padre in figlio, per non parlare del fatto che è un modo per essere ricordati nelle preghiere. Ma il motivo è anche che gli italiani si sono sempre fidati poco della loro classe politica. La maggior parte dei lasciti alla Chiesa è stato fatto negli anni del fascismo, quando molti cattolici non vedevano di buon occhio il regime e preferivano quindi donare alle opere pie, che potevano controllare e conoscere, piuttosto che allo Stato di cui non si fidavano.

 

Il fascismo però è caduto 67 anni fa …

 

Eppure gli scandali nella gestione dei beni dello Stato anche di recente non sono mancati. Mani Pulite non a caso è partita proprio dal Pio Albergo Trivulzio di Milano, nato nel ’700 da una donazione alla Chiesa del principe Antonio Trivulzio, con l’obiettivo di garantire l’assistenza degli anziani poveri. In seguito all’esproprio da parte dello Stato, nel 1992 si è scoperto che le persone che si approfittavano di quel lascito erano ben altro che povere. Mi sembra una vicenda in grado di documentare che la gestione ecclesiale del Pio Albergo Trivulzio è stata molto più corretta di quella condotta in seguito dagli amministratori laici. Ma non è l’unico episodio di questo tipo.

 

In che senso?

 

A Roma c’è stato lo scandalo del San Giacomo. Il complesso monumentale donato alla Chiesa da un gentiluomo attraverso un testamento affinché vi si curassero i poveri, è passato in mano ai partiti politici. Questi ultimi nel 2008 hanno deciso di chiudere l’ospedale, e ora si pensa di costruirvi dei residence.

 

(Pietro Vernizzi)

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