STRAGE TOLOSA/ Follia o razzismo, gli ebrei sono nel mirino

- Robi Ronza

Ieri mattina un killer ha fatto irruzione in una scuola ebraica a Tolosa, in Francia, uccidendo quattro persone di cui tre bambini. Si valuta la pista neonazista. Il commento di ROBI RONZA

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C’è un inquietante elemento che accomuna  la serie di assassini che da otto giorni sta insanguinando in Francia la città di Tolosa e i suoi dintorni: le vittime sono sempre francesi appartenenti a minoranze, si tratti delle quattro persone ebree, fra cui tre bambini in tenera età, uccise ieri all’ingresso di una scuola ebraica, oppure dei tre paracadutisti in uniforme, di origine magrebina o rispettivamente caraibica, uccisi nei giorni scorsi in due precedenti aggressioni. L’assassino arriva sul posto, spara a freddo e poi si allontana a bordo di una moto o di uno scooter. È possibile che sia un folle criminale solitario, il che rende purtroppo ulteriormente difficile la sua ricerca. Il caso in sé attiene ovviamente alla sfera del crimine efferato e del suo possibile intreccio con la follia, e in quanto tale è un problema di difesa sociale e di ordine pubblico che tutti ci auguriamo venga risolto quanto prima possibile dalle forze di polizia e dagli organi inquirenti.

Detto questo, per parte nostra possiamo e anzi dobbiamo domandarci quale possa essere il “brodo di coltura” dentro il quale crimini e criminali del genere possono venire a galla. Beninteso, salvo il caso patologico della follia, la responsabilità morale personale persiste comunque, ovvero la  persona non è meccanicamente determinata dalle circostanze. C’è poi anche da tenere in conto il buio abisso del male, insomma per dirla chiara l’opera  del demonio. Resta tuttavia intatta la domanda sul “brodo di coltura”del quale si diceva. Alcuni suoi ingredienti sono subito chiari: la crisi economica aumenta la frizione sociale tra i francesi poveri autoctoni e quelli di origine non europea. Questi ultimi non certo un concorrente per i ceti agiati e per l’intellighenzija. Diverso invece è il caso di chi compete con loro sul mercato sia del lavoro che della casa. Il disagio non è peraltro a senso unico: a loro volta i francesi nati e cresciuti in Francia ma di origine non europea vivono una situazione lacerante di inclusione/esclusione. Diversamente da quanto accadeva ai loro padri o nonni sentono di condividere con i coetanei autoctoni la stessa linea di partenza, ma avvertono che di fatto la linea di arrivo, il traguardo cui possono aspirare è molto più modesto. Perciò il loro disagio è forse ancora più forte: da un lato nella gara tra gli ultimi sono complessivamente meglio attrezzati per arrivare primi alla meta, ma dall’altro non è quella la meta cui aspiravano. Siamo dunque allo scontro drammatico fra due frustrazioni l’una incomprensibile all’altra. In quanto minoranza mediamente più colta e agiata del resto della popolazione, in caso di gravi frizioni sociali gli ebrei sono poi purtroppo sempre a rischio, soprattutto laddove risultano relativamente numerosi, come appunto in Francia. 

Sia chiaro, oggi questi disagi sono rilevanti in Francia, e in altri Paesi europei di più vecchia immigrazione, ma è evidente che tra qualche anno emergeranno anche da  noi. Per prevenirli non servono cosmopolitismi astratti. Sarebbe piuttosto necessaria, anzi è necessaria, un’opera educativa ben più complessa, ben più motivata e ben più articolata di quella oggi possibile con uno strumento rigido e  arrugginito come è la scuola statale. 

 

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