ROSSELLA URRU/ Giuliana Sgrena: una vicenda che mi ricorda tanto la mia…

- int. Giuliana Sgrena

La notizia delle liberazione e le successive smentite della cooperante italiana hanno rievocato in GIULIANA SGRENA il ricordo del suo rapimento avvenuto sette anni fa in Iraq

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Si trovava a Baghdad per realizzare alcuni reportage per il Manifesto, per il quale scrive, quando, il 4 febbraio del 2005, fu rapita dall’Organizzazione della Jihad islamica. Venne liberata dopo una trattativa condotta da Nicola Calipari, l’agente dei servizi segreti italiani che, in quel tragico 4 marzo, le salvò la vita due volte. Era sera e i due si trovavano a bordo di un’automobile, assieme all’autista Andrea Carpani. Stavano procedendo sulla Route Irish, in direzione di un posto di blocco americano. Per ragioni e in circostanze mai chiarite, ad un certo punto, Mario Lozano, soldato statunitense membro della 42ª divisione della New York Army National Guard, addetto alla mitragliatrice, sparò. Giuliana Sgrena rimase ferita. Ma ebbe salva la vita. Calipari, infatti, si era proteso per farle da scudo con il suo corpo. Lui fu colpito alla testa da un proiettile, e morì. Ieri era il settimo anniversario della sua morte. Nella stessa giornata, era circolata la voce, successivamente smentita, della liberazione di Rossella Urru, cooperante italiana rapita il 22 ottobre in Algeria da Al Qaeda in Islamic Maghreb.

Come sta vivendo la vicenda?

Mi sta toccando parecchio. Tanto più che, nei giorni contigui all’anniversario della sua morte, il ricordo di quei frangenti si fa ancora più vivo e, pertanto, mi sento ancor più coinvolta. L’altro ieri stavo ripensando alla mia vicissitudine, quando ho appreso da Al Jazeera la notizia della liberazione di Rossella. Pensavo che nella mia buia giornata, connotata da quei tristi ricordi, potesse irrompere un raggio di sole.

Poi, invece, le smentite

Esatto. A un certo punto, sono iniziate circolare strane voci, voci di riscatto. All’inizio, ho pensato che si trattasse di una dinamica normale, abbastanza tipica in circostanze del genere. Man mano, tuttavia, che le ore passano, la vicenda assumeva contorni che, personalmente, trovo inquietanti. Certo, la situazione è complicata, siamo nel deserto. Ma in un senso o nell’altro, oramai, si sarebbero dovute avere delle conferme. Ecco, tutto questo rievoca i giorni del mio rapimento.

Cosa, in particolare?

Quando pensavo di essere ormai libera, precipitò tutto.

Quali sono, in questi casi, i passi da compiere?

Nel mio caso, sono state decisive sia la mobilitazione popolare che l’azione dei servizi segreti. In particolare, quella di Nicola Calipari, che aveva avviato la trattativa. Due strade che erano procedute parallelamente senza scontrarsi e cha avrebbero determinato, se non ci fosse stata la sparatoria degli americani, un buon esito. Per quanto riguarda Rossella, è stato imposto il silenzio stampa e si è invitato a non far clamore, onde non disturbare la trattativa. A questo punto, credo che chi sta seguendo l’eventuale negoziato, e  i familiari, debbano fare quanto ritengono più opportuno.   

Può spiegarci qual è stato, per lei, il peso della mobilitazione popolare?

I miei rapitori agivano con finalità politiche. Certo, avevano compiuto un atto terrorista perché, ovviamente, non si possono rapire dei civili per perseguire i propri scopi. Ma non erano né delinquenti comuni né fondamentalisti islamici. Tenevano in grande considerazione, quindi, quanto avveniva a livello popolare. Tanto che, a volte, me ne parlavano.

Che ricordo ha di Nicola Calipari?

Un ricordo ancora estremamente vivo. Lo è in me come nella gente comune. La settimana prossima, in Liguria, ci saranno tre rappresentazioni dello spettacolo  “Il viaggio di Calipari” e se ne parlerà ancora. Ma ho un rammarico: il mondo politico se ne è completamente dimenticato. Non c’è stato, d’altronde, alcune processo, perché l’Italia, su questo caso, ha rinunciato alla propria giurisdizione.  Non si è neanche voluto accertare cosa fosse successo. Forse non si sarebbe giunti a nulla. Ma, almeno, l’Italia non avrebbe rinunciato alla propria sovranità.

Se dovesse fare un appello alle alte cariche dello Stato, cosa chiederebbe?

 

 

 

 

 

 

Chiederei di fare tutto il possibile, anzitutto, per rassicurare la famiglia. Non è detto che sia necessario dare notizie a tutti quanti, ma alla famiglia sì. E di fare anche l’impossibile per liberare Rossella. Una vita umana è cosa importantissima.  I partiti e le forze politiche, probabilmente hanno seguito l’invito della Farnesina a non fare clamore. Devono, in ogni caso, effettuare tutte le pressioni di cui dispongono sul governo perché la situazione giunga ad un lieto epilogo. Qualcosa, tuttavia, presumo che si stia muovendo. Non ci sarebbero state, altrimenti, queste notizie.  

Cosa ne pensa dell’ipotesi di pagare un riscatto?

Io mi batto da una vita contro il terrorismo, in questo caso islamico, e contro l’ideologia che lo alimenta.  Credo che sia necessario evitare ogni azione che possa supportarlo. Tuttavia, quando c’è in ballo una vita,  e si ha a che fare con Al Qaeda, in una situazione ove la legalità è assente, invocare la legalità mi sembra pretestuoso. Del resto, facciamo guerre in tutto il mondo, infrangendo molte regole, e non agendo di certo in nome di essa. Non credo, quindi, che un eventuale riscatto possa contribuire al terrorismo, quanto piuttosto, il nostro avvallo a interventi come quello in Afghanistan.

 

 

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