IL CASO/ 2. Il magistrato: Manzoni lo aveva capito, l’ingiustizia non sta nelle leggi…

- int. Guido Brambilla

Per GUIDO BRAMBILLA, il cuore della problema della giustizia italiana risiede nella profonda crisi che ha investito il rapporto tra l’io e il cittadino, non risolvibile con semplici norme. 

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Che la giustizia italiana abbia delle pesanti criticità, sul fronte penale e civile, va da sé. Le sue lungaggini e storture sono, per lo più, evidenti. Al di là delle faziosità politiche, delle proposte in campo per riformarla e delle note tecniche per ridisegnarne l’architettura, vi sono alcune complicazioni di fondo di natura extra-giuridica che ne investono fortemente l’operato. In sostanza, il cuore del problema è leggermente diverso da quello che, comunemente, viene inteso. Guido Brambilla ci spiega in cosa consiste.

Quali sono, a suo avviso, i principali dilemmi della giustizia italiana?

Giustamente, a livello politico, legislativo e giornalistico si insiste sui problemi della giustizia dal punto di vista della sua rapidità ed efficienza. Eppure, di fronte alla crisi che sta investendo la società e che corrode il rapporto tra il cittadino e lo Stato, la sfida è un’altra.  

Quale?

Occorre impostare il problema a livello culturale ed educativo, domandandoci, anzitutto, “cosa rende l’uomo giusto?” e “chi rende giusto chi deve giudicare se una persona è giusta o meno? Forse la legge? Lo Stato? Le organizzazioni internazionali? Assumendo questo metodo, sarà possibile affrontare, successivamente, anche il problema della ridefinizione delle regole.

Perché la pone come sfida principale?

Perché, oggi, molte delle fonti del diritto sono fatalmente in crisi; mi riferisco, ad esempio, alla legge nazionale, la giurisprudenza della quale è sempre più modificata anche da organi esterni, quali la Corte di Giustizia europea. Ma c’è una seconda domanda necessaria da porsi per riorganizzare il rapporto tra l’io, lo Stato e la giustizia. Ovvero, “è giusto punire?”. E se la riposta è sì, allora, “in che termini?”.

Ebbene?

La pena è giusta laddove venga vissuta anche nella sua intrinseca finalità rieducativa e non solo come sanzione sociale. Come il padre punendo il figlio non lo esclude dal rapporto con sé, così il carcere dovrebbe rappresentare una possibilità di incontro educativo, ove il condannato entri in contatto non solo con le mura della prigione, ma con una serie di rapporti quali il direttore dell’istituto, gli educatori, gli assistenti sociali o la polizia penitenziaria.

Tale incontro è possibile nonostante le condizioni disumane in cui versano molte carceri?

Circostanze come il sovraffollamento riducono pesantemente la possibilità, quando non la escludono del tutto. E’ facile, infatti, immaginare quanto siano limitate le occasioni educative di dieci detenuti che devono darsi il turno per scendere dal letto perché non ci stanno tutti insieme in piedi in una cella.

Su queste pagine, Maria Laura Fadda faceva presente che in Italia il 40% dei detenuti è in carcere in attesa di giudizio. Non crede che il fenomeno, contribuendo al sovraffollamento, renda l’opera educativa ancora più complicata?

E così. La custodia cautelare in carcere contribuisce  al sovraffollamento in misura cospicua, limita la possibilità già di per sé esigua, di consentire a tutti gli altri detenuti di accedere a quelle iniziative che contribuiscono alla loro riabilitazione.  

Trova che la misura sia applicata indiscriminatamente?

Per sostenere se la custodia cautelare in carcere, a livello statistico, sia adottata rigorosamente secondo i parametri legislativi occorrerebbe valutare caso per caso, processo per processo. Ciò che è certo è che dovrebbe essere sempre e solo intesa come extrema ratio. Il criterio principe che regola le misure custodiali vuole, infatti, che esse si contemplino laddove tutte le altre si sono rivelate insufficiente o non idonee.

Crede che la disciplina in materia di custodia cautelare, quindi, andrebbe riformata?

Nella storia della Colonna infame si narra di due poveretti che, accusati di essere untori, furono condannati a morte dopo che gli venne estorta una confessione con la tortura; Pietro Verri approfittò dell’episodio per denunciare l’ingiustizia delle leggi sulla tortura; Manzoni, tuttavia, fece presente che, con le leggi di allora, i giudici avrebbero potuto disporre di non torturare i due poveretti. Insomma: gli strumenti per non applicare la custodia cautelare in maniera indiscriminata, già esistono.

 

 

(Paolo Nessi)

 

 

 

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