IMPRENDITORE SUICIDA/ La tragedia di un uomo “perbene” che ci ricorda per chi si vive

- Davide Rondoni

Un imprenditore si è tolto la vita dopo aver dovuto chiudere la propria azienda e licenziare i suoi figli. Un tragedia – afferma DAVIDE RONDONI – che non può lasciarci indifferenti

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Era una persona perbene. Una famiglia unita. Dicono così a Mamoiada il comune nella zona di Nuoro dove è andata in scena una delle pagine tragiche di questa crisi che troppi affrontano ancora con levità irresponsabile. E mi riferisco a coloro che addossano alla politica colpe che sono spesso della burocrazia, della insipienza e della solitudine in cui ci si lascia tra colleghi, compaesani, vicini. Un imprenditore di 55 anni, costretto a chiudere, aveva cessato di dare lavoro ad alcuni giovani della zona. E infine era stato costretto a lasciare a casa dal lavoro i suoi due figli. Così la crisi è diventata insopportabile. Come la vita. E il fallimento del lavoro è sembrato essere il mostruoso fallimento della vita, e dell’amore. Non sapremo mai quale dramma di solitudine e di oscuri pensieri nutriti possano portare un uomo “perbene” a cercare la morte come un sollievo dalla vergogna o dall’impotenza. Non lo  sapremo mai. Ma sappiamo che il fallimento può fare da detonatore a una scelta di morte.

Perciò cercare in tutti i modi di evitare i fallimenti delle imprese è un compito primario. Perché possono fallire le imprese, se possono reiniziare. Ma se falliscono per non ricominciare, se falliscono gli amori per non ricominciare in qualche modo, allora si può davvero desiderare la morte. E la crisi si può affrontare solo con un indomabile desiderio di vita. Lo diceva san Benedetto, che vide ben di peggio che questa crisi. E che ebbe il coraggio di lasciar crollare ciò che era marcio – comprese le strutture dello Stato che aveva dominato il mondo – per iniziare una cosa diversa. E’ preoccupante invece intorno a noi la lena di molti, magari mosse dalle migliori intenzioni, che si sforzano di puntellare, di rianimare un sistema il cui crollo ha già trascinato nel giorno della disperazione tanti, in tutto il mondo. Ma la morte ennesima di Nuoro parla, se è possibile,  con una eloquenza più orrenda. Il Fallimento è di fronte ai propri figli, è di fronte a coloro che amiamo. La crisi non è un problema della società. E’ un problema dei nostri figli, di coloro a cui teniamo di più.

E la forza di desiderare la vita si certifica, si stabilisce e si incrementa quando tiene in mente i volti di chi amiamo. Non sarà certo per un anonimo “ente” come il Paese o come la Società che potremo in questo tempo oscuro, cercare le vie, le energie, le linfe e il coraggio per decidere cosa lasciare e cosa inventare (come Benedetto). Ma per un desiderio che riguarda noi stessi e le persone che amiamo. I figli innanzitutto. E’ inevitabile che una società senza figli, che ha smesso di farli, si senta depressa nella crisi, e senza forze. Il gesto assoluto, errante, fatale dell’uomo di Nuoro ci ricorda che è per i figli che si costruisce (e si può morire). Che è di fronte a loro che si gioca davvero il nostro destino. Sono i loro occhi giovani, febbrili, con il fuoco vitale dentro che ci stanno giudicando. E il loro giudizio conta infinitamente di più di quello delle agenzie di rating. In quegli occhi non c’è la domanda di più benessere, o di essere economicamente irreprensibili. Ma di speranza, di energia spesa per la gioia. Ci chiedono di stare al mondo – come fu per san Benedetto – con un senso positivo del destino pur in mezzo alle difficoltà e con il gusto di inventare cose nuove. L’uomo di Nuoro ce lo grida con la sua disperazione. Il suo grido non cada. Non ci lasci in pace.

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