LETTERA/ Caro Scalfari, il mito della politica perfetta è morto

- Gianni Mereghetti

GIANNI MEREGHETTI commenta con questa lettera l’editoriale di Eugenio Scalfari su Repubblica. È vero che la rabbia sociale è il male del secolo? Come si può ricominciare?

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Eugenio Scalfari (InfoPhoto)

Carissimo Scalfari,

Interessante il suo editoriale sulla rabbia sociale come male del secolo. Ancora una volta lei coglie una delle questioni più significative dei tempi che stiamo vivendo, la chiama antipolitica e a ragione, e non si rivolge solo ai massimi sistemi della politica italiana, perché come si vede nella campagna elettorale per le elezioni amministrative è diffuso un atteggiamento di rifiuto di ogni aggregazione politica. Dopo gli anni in cui ha dominato l’idea che la politica potesse risolvere ogni problema, oggi è il tempo di una nuova ideologia, quella di rifiutare ogni forma della politica.

Sono due facce della stessa medaglia, perché ciò che viene rifiutato è il bisogno dell’uomo di qualcosa che risponda pienamente al suo desiderio; ciò che viene rifiutato è il cuore, la sua domanda di bello e di vero. La rabbia sociale è l’altra faccia di una politica totalizzante che ha dominato dagli anni settanta, ma non porta nulla di nuovo: vuole che la politica sia perfetta, rifiuta le forme impure del mondo politico ma proprio in nome della stessa ideologia, quella della politica totalizzante. Politica e Antipolitica oggi obbediscono allo stesso criterio. La politica pensando che con nuove regole si possa garantire la democrazia, l’antipolitica illudendosi che dalla rabbia sociale scaturisca la perfezione della politica.

In realtà, vinca la politica, o prevalga la rabbia sociale, ad essere sconfitto è il cuore dell’uomo, la sua tensione a condividere con gli altri ogni bisogno e a costruire luoghi di risposta, tentativi di rilanciare l’educazione, di creare posti di lavoro, di realizzare opere di assistenza efficaci, di dare ad ogni cittadino una abitazione dignitosa. La novità non è nè la politica nè la rabbia sociale, ma uomini e donne che dentro la crisi si mettono insieme a costruire. Non la rabbia sociale contro ciò che non va, non la fiducia assoluta in regole più adeguate, ma semplicemente impegnare  le proprie energie a costruire. Da questa costruttività viene una nuova immagine della politica. Che cosa deve fare oggi un ministro, un presidente regionale, un sindaco? Semplice! 

Deve solo valorizzare chi costruisce, deve piegare la rigidità dell’istituzione a guardare alla costruttività della gente e a promuoverla. Per questo la questione seria dell’oggi non è politica o rabbia sociale, ma se si vuole continuare a pensare alla politica come a ciò di cui si ha bisogno per trovare la risposta a tutti i propri problemi, o se si vuole prendere in considerazione un’altra strada, quella che suggerisce la realtà.

Questo è il problema, se si vuole cominciare a porre la propria fiducia nel cuore e impegnarsi a seguire la sua mossa, costruendo, costruendo, costruendo! La politica? Una nuova e decisiva responsabilità, quella che le dà la natura, la responsabilità di sostenere chi opera per il bene di tutti. È l’ora di una rivoluzione vera, non la rabbia sociale, bensì la relativizzazione della politica: e finalmente diventano protagonisti uomini e donne, impegnati con i loro bisogni, determinati a trovare strade per risolverli, certi che l’istituzione non li sostituirà, ma ne valorizzerà i tentativi. Così inizia una nuova era.

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