IL CASO/ Luigi Negri (vescovo): fede in crisi? Abbiamo smesso di educare il popolo

- int. Luigi Negri

Una inchiesta del settimanale Sette denuncia la crisi della fede in Italia. Per Mons. LUIGI NEGRI prima di partire dalla statistiche occorre chiedersi che cosa sia la fede

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Foto Infophoto

Sette, inserto del Corriere della Sera dedica copertina e ampio servizio interno a una inchiesta sullo stato della fede in Italia. “Possiamo ancora dirci cristiani?” è il titolo. Dentro, oltre ad interventi autorevoli come quello di Vittorio Missori o del vescovo di Terni, Monsignor Paglia, una lunga lista di cifre e di statistiche. Secondo i dati riportati, a Roma, cuore della cristianità, il numero dei bambini che vengono battezzati è calato dal 2000 ad oggi del 35%. Su 25.282 bambini nati nel 2010, ne sarebbero stati battezzati solo 14.043. Le vocazioni: a inizio del Novecento in Italia si contavano 68mila sacerdoti su 33 milioni di abitanti; oggi se ne contano 28mila con una popolazione quasi del doppio. Un quadro sconcertante, si direbbe, che però non è neanche una novità. La scristianizzazione di Paesi dell’Europa occidentale come il nostro è evidente da tempo. IlSussidiario.net ha chiesto un parere a Monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro: “Inchieste come questa” spiega “presentano dati parziali che tengono conto di un campo limitato, per non parlare del punto di vista che viene seguito”. Nonostante questo, Monsignor Negri si dice d’accordo che in Italia si viva una scristianizzazione galoppante: “Non sono ottimista né pessimista. Si tratta di un problema di educazione. Come vescovo, ho davanti a me la responsabilità di far avvertire a questo popolo che la fede e la tradizione  non sono un passato, ma sono un presente che può essere vissuto nella sua concreta attualità e quindi può diventare un progetto di bene anche per il nostro Paese”.

Monsignor Negri l’inchiesta di “Sette” snocciola dati forti. E’ possibile dire che in Italia oggi sia venuta a mancare una fede popolare? Pensiamo alle immagini di quel grande popolo che ha accolto recentemente il Papa nel suo viaggio in Messico.

Anche in Italia esiste una fede popolare, una fede che come ha detto il Santo Padre visitando la mia diocesi, una diocesi fatta di piccoli paesi, è una fede che per secoli ha significato il fondamento dell’esigenza del cuore e con essa anche di un grande movimento di vita umana e cristiana, tra l’altro producendo espressioni artistiche che ne fanno una delle diocesi più ricche di patrimonio artistico di tutta Italia. La fede cattolica ha saputo creare una cultura di popolo e l’ha custodita. Certamente questa cultura non ha saputo in qualche modo reggere il colpo, la sfida della grande secolarizzazione, della scristianizzazione dell’Italia come peraltro di tutti gli altri Paesi dell’occidente. 

Sui giornali in conseguenza di questo finiscono solo i dati e le statistiche, meglio se negative.

In questo confronto – anzi, in questo scontro – ciò che finisce sui giornali è una analisi di dati che sono parziali.

In che senso parziali?

Nel senso del campo che colgono e anche del punto di vista che viene adoperato. Certamente oggi in Italia e in Europa occidentale la scristianizzazione è galoppante. Io credo che sia potentissima soprattutto perché ha occupato ciò che Pasolini chiamava lo strumento di omologazione del popolo, e cioè i mezzi della comunicazione sociale.

Vuole dire che la Chiesa ha subito questo attacco senza riuscire a opporsi?

Io ritengo che ci sia una responsabilità gravissima dei pastori, degli ecclesiastici. Non è stato ad esempio colto in modo adeguato quello che il Papa a ci aveva invitato solennemente a fare durante il convegno della Chiesa italiana di Verona del 2007, riprendere cioè la nostra responsabilità di essere educatori della fede e della cultura popolare. Questa fede si spegne perché non è educata.

Il problema educativo è alla base praticamente di tutta la crisi della modernità. Lei come si sente, ottimista o pessimista?

Io non sono né ottimista né pessimista. Ho davanti a me la responsabilità di far avvertire a questo popolo che la fede e la tradizione non sono un passato, ma sono un presente che può essere vissuto nella sua concreta attualità e quindi può diventare un progetto di bene anche per il nostro Paese.

 

Ferme restando le difficoltà di cui abbiamo detto prima.

 

Certo, se l’ecclesiasticità viene meno al suo compito il problema si fa forte. Lo diceva uno che certamente integralista non era e cioè Jacques Maritain il quale aggiungeva che il peccato mortale di certo clero del dopo Concilio ha costretto la Chiesa a inginocchiarsi davanti al mondo. Dunque se noi non educhiamo questo popolo avviene la scristianizzazione; se lo educhiamo almeno avviene un dialogo fra due realtà che si debbono confrontare e al limite combattere, perché questa battaglia contro i nemici di Dio fa parte della missione della Chiesa.

 

E la crisi delle vocazioni? E’ una conseguenza di tutto ciò?

 

Sì, ma ne è anche la radice. Io che ho conosciuto don Giussani quando avevo 17 anni e sono stato insieme a lui fino a due settimane prima che morisse, vedo tutt’ora la genialità del suo tentativo.

 

Ce lo ricordi.

 

Quando tutto sembrava assicurato a livello culturale, sociale, di considerazione della Chiesa come istituzione da parte del potere di allora, lui ha capito  che la fede o diventa un principio di educazione, cioè si formava un popolo capace e cosciente della propria identità e capace di investire la società di un annuncio reale e concreto, oppure tutto quello che sembrava invincibile si sarebbe spento. Ed è quello che è accaduto di tante forme di cristianità. L’educazione è la condizione per fare recuperare al cristianesimo la sua attualità. La Chiesa, diceva Giovanni XXIII, è madre se diventa maestra ed è maestra se diventa madre. Spezzare il legame tra la presenza cristiana anche nelle sue realtà istituzionali e il compito di educazione del popolo, vuol dire lavorare contro la fede.

 

(Paolo Vites)

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