IL CASO/ Il giudice: garanzie e certezza della pena, c’è un paradosso da eliminare

- int. Cosimo Ferri

Secondo COSIMO FERRI, nel nostro sistema giudiziario, all’incertezza dell’esecuzione della pena si affiancano le scarse tutele per quegli imputati che rischiano la custodia cautelare

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Immagine d'archivio (Infophoto)

La certezza del diritto, in Italia, appare sempre più una chimera; da un lato, tutto concorre, sovente, a rendere il percorso per giungere all’effettività della pena (laddove ovviamente sia meritata) talmente tortuoso da renderne, di fatto, impossibile l’esecuzione; dall’altro, capita a cittadini spesso innocenti di ritrovarsi tra le mura di una prigione a causa della storture presenti nel sistema di imposizione del regime di detenzione preventiva. Va da sé che, una volta dentro, difficilmente non resteranno macchiati a vita da una marchio d’infamia che ha decretato la loro colpevolezza benché non sia stata emessa alcuna sentenza. Insomma, un paradosso: si direbbe che l’assenza di garanzie “in entrata” sia bilanciato dall’eccesso di espedienti in uscita. Di tale paradosso, ce ne parla Cosimo Ferri.  

Trova, anzitutto, che si ricorra con troppa disinvoltura alla custodia cautelare?

Va detto, tanto per cominciare, che non è possibile fare delle generalizzazioni. La misura cautelare, infatti, prevalentemente viene invocata solo laddove ne sussistano i presupposti; ovvero, se ci sono gravi indizi di reato, pericolo di reiterazione, di inquinamento probatorio o fuga. Va, tuttavia riconosciuto, che ci sono anche molti casi in cui in cui la sua applicazione non può dirsi connotata da estrema correttezza.

Quali casi?

In svariate circostanze le misure vengono annullate dal Tribunale del Riesame o dalla Cassazione. Oppure, riguardano soggetti la cui posizione processuale nel frattempo viene archiviata o sono assolti in dibattimento.

Quindi?

Non sarebbe giusto imputare colpe generalizzate ai magistrati; spesso, infatti, è la stessa disciplina che viene modificata in corso d’opera. Tuttavia, laddove il carcere venga comminato al di fuori dei presupposti stabiliti dal legislatore o si evidenzino scelte viziate, la magistratura dovrebbe saper fare, al suo interno, autocritica. Se si ravvisassero sacche di inefficienza, inoltre, sarebbe necessario effettuare controlli volti a valutare caso per caso la professionalità del magistrato. Detto questo, servirebbero anche rimedi di natura generale.

Crede, cioè, che l’istituto andrebbe riformato?

Si. Ma all’interno di una riforma più ampia. E partendo da una premessa: spesso, a causa della sopraggiunta prescrizione, delle modifiche processuali, dei tempi o delle difficoltà del processo, l’unica pena scontata dalla persona è quella della fase preventiva.

Lei, quindi, cosa suggerisce?

Di eliminare, ad esempio, tutte le garanzie dilatorie, quali quelle in materia di notifica, o l’udienza filtro, di per sé di scarsa utilità; e di rafforzare, al contempo, quelle della custodia cautelare in carcere. Del resto i cittadini non capiscono come sia possibile destinare con facilità un imputato alla carcerazione preventiva mentre nel nostro ordinamento, che prevede tre gradi di giudizio, si parla da anni di inefficacia della certezza della pena.

Sul fronte delle maggiori garanzie per gli imputati che rischiano la custodia cautelare, concretamente, cosa propone?

Di eliminare il Tribunale del Riesame, monocratico, e introdurre un tribunale collegiale; e, onde evitare problemi di incompatibilità, di organizzarlo a livello distrettuale. Per inciso: rispetto a chi obietta che, in tal caso, la giustizia non disporrebbe dei mezzi per far transitare le carte da un tribunale all’altro, rispondo: non si possono limitare le garanzie dei cittadini perché lo Stato non ha saputo conferire un’organizzazione adeguata né le risorse necessarie. Occorrono, infine, modelli organizzativi che, attraverso procedure automatiche e trasparenti, evitino di dare anche solo l’impressione all’opinione pubblica di gip scelti dai Pm.

(Paolo Nessi)

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