FAMIGLIA/ C’è un piano dell’Ue per far passare le nozze gay in Italia

- Clara Caravaggi

Per CLARA CARAVAGGI, prendendo spunto dall’integrazione delle leggi Ue, si vuole sollecitare il dibattito e orientare il Parlamento italiano al riconoscimento dei diritti degli omosessuali

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E’ singolare, in un’epoca come la nostra, in cui ormai è patrimonio comune dei giuristi la coscienza della crisi della stessa idea di codificazione e anche nei paesi di civil law si fa sempre più largo il c.d. “diritto di creazione giurisprudenziale”, assistere all’emergere di progetti di elaborazione di un “codice unico” europeo. Eppure, la varietà dei principi e delle norme contenute nei singoli ordinamenti delle 27 nazioni aderenti all’Unione Europea sarebbe tale da scoraggiare anche il più paziente tessitore di trame giuridiche, pur imbevuto di speranze illuministiche.

Inoltre, anche accedendo all’ipotesi incredibile del buon esito dell’intervento legislativo, gli stessi promotori del convegno, limitandosi al nostro paese, asseriscono di riscontrare 165 applicazioni diverse del diritto di famiglia italiano, tante quante sono le sedi dei nostri Tribunali. E’ facile immaginarsi quindi a che esiti applicativi condurrebbe l’interpretazione di un diritto uniforme europeo affidata a tanti giudici così diversi per formazione e tradizione culturale, quali ad es. i paesi di common law. Perché dunque aprire ora un dibattito sulla codificazione unica europea proprio in materia di famiglia?

E’ sicuramente noto agli avvocati matrimonialisti che nell’Unione europea ogni modifica relativa al diritto di famiglia deve essere adottata dall’unanimità degli Stati contraenti, essendo sufficiente l’opposizione di anche uno solo dei Parlamenti nazionali per bloccare l’iter legislativo in corso. I giuristi matrimonialisti inoltre sicuramente conoscono sia l’articolo 12 CEDU sia l’articolo 9 della Carta di Nizza, secondo i quali il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio.

E’ senza dubbio nota anche l’interpretazione che la Corte EDU (v. Schalk e Kopf vs Austria, Gas e Dubois vs Francia, tra i casi più recenti) dà dei sopra citati articoli, rimettendo, in una variegata e composita realtà, quale quella degli Stati dell’Unione europea, al più competente organo parlamentare di ogni Stato le scelte opzionali e valoriali di fondo più confacenti alla sensibilità del proprio popolo in ordine al matrimonio e alla famiglia.

Insomma, la stessa Europa, quando si tratta di affrontare tematiche attinenti al diritto di famiglia, sembra realisticamente prendere atto della diversità e della specificità degli ordinamenti dei singoli Stati contraenti, puntando ad una reale integrazione, in attuazione del principio di sussidiarietà, più che ad una verticistica operazione di omologazione tra i popoli.

 

Perché provocatoriamente definire il processo di codificazione “utopia o realtà”, quando già a priori si sa che tale processo di uniformazione è di difficile realizzazione? In realtà il gioco è abbastanza scoperto: prendendo spunto da giuste esigenze di integrazione e armonizzazione del diritto a vantaggio dei cittadini europei e soprattutto delle coppie cd. ”miste”, costituite cioè dall’unione tra persone di diversa cittadinanza europea, in realtà si vuole sollecitare il dibattito e orientare l’opinione pubblica e, conseguentemente, il legislatore italiano, a un pieno riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto e degli omosessuali.

 

Significativamente ciò accade in Italia proprio quando Obama negli Usa e Francois Hollande in Francia aprono al riconoscimento dai matrimoni omosessuali. Stando al portavoce del convegno, per l’Italia riconoscere tutela giuridica alle unioni di fatto o introdurre matrimoni gay o sveltire le procedure per ottenere il divorzio – tutti modi indiretti per scardinare o comunque svilire l’istituto matrimoniale nel nostro ordinamento, secondo l’impianto dell’art. 29 della Costituzione – sarebbe un modo per uniformarsi ai paesi civili dell’Europa occidentale.

 

Riecheggia in sottofondo il leit motiv degli anni ‘70 per cui l’introduzione dell’istituto del divorzio conseguiva alla necessità di essere al passo con i tempi. Ancora una volta, e non è certo la prima, la perdita acritica del proprio patrimonio culturale, dei propri valori e delle proprie tradizioni viene prospettata come viatico da pagare alle esigenze della modernità.

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