IL CASO/ Quel segreto che risuona ancora forte nelle celle del carcere di Padova

- Walter Gatti

WALTER GATTI racconta la visita fatta dal Comitato promotore della Cena di Santa Lucia alle persone e le attività sviluppate dalla Cooperativa Giotto dentro il carcere Due Palazzi di Padova

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Foto: InfoPhoto
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Cosa sia il carcere Due Palazzi lo sanno tutti: un luogo di detenzione dove 850 detenuti si trovano stipati in celle oltre ogni limite di sovraffollamento, guardati più o meno costantemente da circa 290 guardie. Cosa ci sia di così vivo, invece, in questa struttura penitenziaria di Padova, l’hanno visto e toccato con mano pochi giorni fa i componenti del Comitato promotore della Cena di Santa Lucia, importante evento di solidarietà attivo da dieci anni nella città del Santo, entrati per un visita-incontro con le persone e le attività sviluppate dalla Cooperativa Giotto all’interno della Casa di reclusione.

Il Comitato era al gran completo: oltre settanta persone in rappresentanza di associazioni di volontariato, realtà imprenditoriali ed associative, partiti politici, istituzioni locali e regionali. C’erano poi suor Laura e suor Lia, due volti della solidarietà attiva (la prima in Etiopia, la seconda nella locale mensa popolare) che negli ultimi anni sono state ospiti della raccolta-fondi promossa dall’Associazione. Tanta gente, tanta attenzione a quel che si vedeva, tra lunghi corridoi, capannoni di lavoro, poster con le foto del Meeting di Rimini, ma c’erano soprattutto loro: i carcerati, che al Due Palazzi lavorano nei call center, nella linea di produzione di biciclette di alta qualità, nella linea di assemblaggio delle valige Roncato e nella pasticceria ormai celebre in tutto il mondo.

Hanno facce autentiche da lavoratori, questi 120 dipendenti della Giotto, visi da gente che sgobba, che tra un tatuaggio e un capello lungo non perdono la concentrazione di quello che fanno. Sono persone che hanno più di un ergastolo, ragazzi che per omicidio potrebbero non lasciare mai le mura di questo carcere, eppure lavorano sodo, concentrati, appassionati. Lavorano bene e fanno prodotti di cui le aziende sono soddisfatte. Ma quello che conta di più è che qui si dà enorme valore al lavoro stesso. Perché così anche il resto della vita assume un’autentica positività.

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La visita dell’Associazione Santa Lucia è durata poco più di due ore. C’è stato tempo per ripercorrere la storia di questi anni (tutto è iniziato nell’86), per rivedere le immagini dei carcerati al Meeting di Rimini, per ascoltare un carcerato, l’albanese Bledar, ricordare commosso la tragedia di Melissa e dei morti per il recente terremoto, per vedere le fotografie degli orfani ugandesi che alcuni carcerati hanno voluto adottare a distanza, pagando loro assistenza, educazione, medicine. Assicurandogli, insomma, un presente ed un futuro. Al termine le facce dei “visitatori” sono concentrate, autenticamente stupite, tra cancelli che si chiudono e serrature che scattano.

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Clodovaldo Ruffato, presidente del Consiglio Regionale prende sottobraccio Graziano Debellini, presidente della Santa Lucia e gli sussurra “Queste cose non accadono solo per sforzo delle persone, c’è qualcosa di più…”. Qualcosa come un segreto. “Nulla di così nascosto”, dice Nicola Boscoletto, che della Giotto è promotore, “All’inizio c’è stato un grande amico che ha messo in moto tutte le cose. Si chiamava Luigi Giussani e diceva che tutto viene mosso da una misericordia più grande di ogni colpa o di ogni limite. Un insegnamento che vale per tutti, per chi è dentro e per chi è fuori”. E forse è proprio questo il segreto di quella vita che, nonostante le apparenze, batte forte tra le mura del Due Palazzi.

 

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