DONNE E LAVORO/ Il Forum Famiglie: bene il patto nonni-aziende per salvare la famiglia

- int. Francesco Belletti

Le donne che non rientrano dopo il parto sono grande perdita di know-how aziendale, dice FRANCESCO BELLETTI. Le aziende per prime dovrebbero custodire queste preziose risorse umane

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foto: Fotolia
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Un aiuto per le donne che dopo la maternità intendono rientrare nel mondo del lavoro. Il “salvagente rosa” è stato lanciato dal ministro per per la Cooperazione e l’Integrazione con delega alle Politiche per la famiglia, Andrea Riccardi, che è riuscito a portare in discussione alla Camera due proposte interessanti per le donne-lavoratrici-mamme. Due proposte di agevolazione per diminuire le cifre dell’insuccesso delle politiche a favore delle famiglie: una donna su quattro, per forza o per scelta, lascia il lavoro dopo il parto.

La prima intende sfruttare al meglio una delle risorse “gratuite” a disposizione delle mamme: i nonni. Il testo, infatti, prevede incentivi per i “nonni sitter”, preziosissimo aiuto familiare; in pratica si tratterebbe di un’aspettativa che i nonni devono utilizzare al posto della figlia lavoratrice. Quest’ultima, a sua volta, potrà chiedere entro i tre anni di vita del bimbo ”un’indennità di sei mesi” se l’altro genitore o i nonni hanno preso il congedo. La seconda proposta riguarda le aziende e la possibilità di uno sgravio contributivo per le neo-mamme che verranno assunte a due anni dal parto. Nel testo si legge, infatti, che nel caso di “instaurazione di un rapporto di lavoro con una lavoratrice nei due anni successivi al parto le aliquote contributive e previdenziali e assistenziali previste dalla legislazione vigente siano ridotte nella misura del 75% per i primi 36 mesi, ferma restando la contribuzione a carico della lavoratrice nelle misure previste per la generalità dei lavoratori”. “Quando una donna lascia il lavoro dopo aver partorito – dice Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari, interpellato da IlSussidiario.net – è una grande perdita di know-how aziendale. Le aziende per prime dovrebbero custodire queste preziose risorse umane. Io credo che il tema della conciliazione famiglia-lavoro stia diventando sempre più decisivo per lo sviluppo del Paese in quanto tale: questo non è un aspetto marginale del lavoro e dovrebbe essere giocato come un volano di sviluppo, per migliorare le relazioni industriali all’interno dell’azienda, per condividere il lavoro fra addetti e datori di lavoro.

Come giudica, in questo senso la riforma del lavoro? 

Proprio in questo la riforma del lavoro del ministro Elsa Fornero dovrebbe investire maggiormente. Lei stessa aveva riconosciuto che le sarebbe piaciuto fare di più per la conciliazione lavoro-famiglia: siamo consapevoli che ci sono vincoli, ma in alcuni casi si tratta di cambiare la cultura e occorrerebbe lavorare con le associazioni di categoria. Anche i sindacati sono stati troppo distratti per molti anni: dovrebbero metterla all’inizio dell’agenda delle loro priorità.

 

Un passo avanti è stato compiuto con queste due proposte, come giudica la prima?

 

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E’ uno strumento positivo perchè va nella logica della pluralità degli incentivi. Le famiglie, in Italia, nel tema della conciliazione usano molti strumenti e avere altre modalità che consentono di valorizzare la rete familiare estesa è sicuramente un dato positivo. Siccome siamo un Paese che ha bisogno di aumentare l’offerta per la cura della prima infanzia e anche i posti in asili nido, in molte zone del Paese. Ben inteso ciò non significa riproporre ovunque, ad esempio, il modello dell’asilo a tempo pieno, ma valorizzare altre forme di flessibilità e le funzioni familiari di cura dei nonni che, di fatto, svolgono una grande funzione.

 

Per quanto riguarda, invece, lo sgravio contributivo? Pensa sia uno strumento adeguato e sufficiente?

 

Lo strumento previdenziale potrebbe essere usato in modo molto presente, a sostegno dei carichi familiari. Spesso le donne hanno percorsi contributivi e previdenziali peggiori di quelli degli uomini proprio a causa della maternità. Il Forum delle Famiglie e altre associazioni familiari avevano proposto, per esempio, due anni di contributi figurativi per ogni figlio, in modo da non penalizzare le donne che scelgono la maternità; anche questa soluzione, però, ci sembra altrettanto virtuosa.

 

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A suo parere, dovrebbero essere fatte delle proposte per evitare che le donne abbandonino il mondo del lavoro?

Oltre ai provvedimenti legislativi messi in campo in questi anni, c’è una grande battaglia sulla cultura d’impresa: troppo spesso nelle aziende italiane la maternità viene vista come un “tradimento” al contesto lavorativo e questo penalizza fortemente il lavoro femminile e, di conseguenza, anche la natalità. Negli altri paesi europei, invece, dove c’è più flessibilità e una cultura d’impresa più family-friedly, il tasso di natalità cresce. Il paradosso, per noi italiani ma non per gli altri europei è che più le donne sono in grado di lavorare in tranquillità e più hanno la possibilità di accogliere un figlio in più. Quindi questa è una sfida anche culturale e che riguarda la responsabilità sociale d’impresa e gli strumenti di flessibilità. Non deve esistere che il part-time sia un percorso di serie B e il periodo di aspettativa per il bambino diventi una penalizzazione per la carriera o, addirittura, ritrovare l’impiego che aveva lasciato. Su questo, però, occorre combattere con gli imprenditori e con i capi del personale più che con i politici.

 

Lei accennava agli altri paesi europei. In cosa noi manchiamo rispetto alle loro politiche?

 

C’è una condivisione complessiva della priorità-famiglia ma con modelli molto diversi. La Francia, ad esempio, investe in sostegni economici, servizi, in un fisco a misura di famiglia. L’Olanda ha investito molto nella flessibilità dell’orario: il 75% delle donne lavora a tempo parziale, il che significa che il part-time non è un binario morto ma una buona soluzione. Oppure, ancora, la Germania che ha costruito le Alleanze per la Famiglia, reti locali costruite intorno all’ente pubblico a cui partecipano le imprese, i sindacati, le associazioni familiari, il volontariato e sul territorio, costruiscono soluzioni di conciliazione, di flessibilità di armonizzazione dei tempi della città, orari degli uffici. In un contesto del genere, la comunità vede la famiglia come un “luogo” da sostenere e la conciliazione diventa più naturale. E’ strano che l’Italia, che è il Paese della flessibilità per definizione, sul tema famiglia-lavoro riscontri una rigidità unica in Europa.

 

Questo perché secondo lei?

 

Perché la flessibilità è tutta da parte dei lavoratori avendo noi famiglie a misura di lavoro, e non il contrario, spesso travolte dai turni e da orari infiniti. Ad esempio, IBM, già da qualche anno, è venuta incontro ai propri dipendenti e ha posto una regola organizzativa per cui non si convocano riunioni dopo le 17.00: deve essere sufficiente il normale turno lavorativo.

 

(Federica Ghizzardi)

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