VATICANO/ Dolore e certezza, la lezione di Benedetto XVI

- Pierluigi Colognesi

Per PIGI COLOGNESI, quando il Papa ha saputo dell’arresto di Paolo Gabriele, ha detto di essere addolorato. Non è questione di bonomia, è un diverso modo di conoscere i fatti e di valutarli

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Papa Benedetto XVI
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Il plico delle fotocopie si è ammonticchiato sulla mia scrivania, crescendo di mole giorno dopo giorno. È la rassegna stampa sul «caso» della fuga di documenti dal Vaticano. Per un po’ di tempo l’ho lasciata lì, sospettando che leggerla non m’avrebbe portato una maggiore comprensione, ma un inutile disagio. Ed è stato proprio così. All’inizio era solo insofferenza per il pressapochismo delle notizie riportate, ovviamente sempre spacciate per disvelamenti di segreti straordinariamente importanti, e per le immancabili «mappe del potere» che, quando va bene, sono ridicolmente futili. Poi è arrivato il grave disappunto per le cascate di «commenti» che di solito accompagnano gli articoli di cronaca.

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I commentatori si possono grossolanamente raggruppare in due categorie. La prima è composta da coloro che, dal di fuori della compagine ecclesiale, prendono spunto dai fatti di cronaca per esprimere il loro giudizio sulla Chiesa. In realtà quasi sempre riaffermano per l’ennesima volta quanto già detto in tutt’altra occasione; sembra che abbiano una e una sola cosa da dire e la propinano commentando qualsiasi avvenimento. Tornano così alla ribalta il problema del potere temporale cui la Chiesa dovrebbe rinunciare completamente chiudendo finalmente i mille e settecento anni di «costantinismo» (ne sentiremo riparlare molto l’anno prossimo, anniversario dell’Editto di Milano); la questione dell’ingerenza dello Stato del Vaticano nella politica italiana, alle cui beghe si riduce tutto quanto successo; l’accusa di mancanza di «trasparenza» nelle decisioni dell’autorità ecclesiastica, eccetera.

La seconda categoria è quella dei commentatori cattolici. Solo dopo un po’ che li leggevo ho capito ciò che in molti non mi piace. È che nelle loro più o meno acute analisi non s’intravede un briciolo di dolore per quanto accaduto. Quando, invece, il Papa ha saputo dell’arresto di Paolo Gabriele, ha detto di essere, come ha riferito il portavoce vaticano, «addolorato». Non è questione di un particolare temperamento o di una bonomia, come pure è stato scritto, del Santo Padre; è un diverso modo di conoscere i fatti e di valutarli.

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Il dolore viene perché soffre il corpo di cui faccio parte. Chi non prova questo dolore, invece, ha come unica preoccupazione quella di presentare le sue teorie su cosa e come dovrebbe cambiare nella Chiesa, di individuare con sicumera partiti e responsabilità e arriva al grottesco, si è scritto anche questo, di annunciare la propria ricetta su come «salvare» la Chiesa; come se fossero le nostre strategie a offrire salvezza, mentre siamo noi che abbiamo bisogno di essere salvati. Chi si addolora sa bene anche, come ha detto lo stesso Benedetto XVI, che i venti contrari, per quanto possano devastare la casa di Dio, non potranno farla cadere.

Il dolore sta, dunque, perfettamente insieme alla certezza. Ed è poggiando su questa certezza e continuamente riaffermandola che si governa la Chiesa; a dispetto di tutti quelli che parlano di un Papa che scrive libri e discorsi in solitudine e, dicono loro, non governa. È quanto la fede del popolo sa benissimo. Mi raccontava una giornalista, venuta a Milano per scrivere un articolo sull’attesa del Papa vissuta in città, di aver chiesto a un’anziana parrocchiana cosa pensasse degli «scandali» vaticani. «Mi dispiace e prego per il Papa» è stata la semplicissima e spiazzante risposta. Risposta sostanzialmente più profonda e più illuminante delle dotte speculazioni e delle malcelate presunzioni di tanti commentatori.

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