TERREMOTO EMILIA/ Cosa aspetta lo Stato a favorire chi si è già rimesso all’opera?

- Pier Paolo Bellini

Secondo PIER PAOLO BELLINI è l’Italia intera a essere terremotata, con la differenza che ancora non si sa se la scossa principale sia già arrivata o se è solo un momento di assestamento

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La scena dopo un terremoto (Foto: Infophoto)

Non ce l’aspettavamo un terremoto in Emilia, di magnitudo 6. Ma è l’Italia intera a essere terremotata, con la differenza che ancora non sappiamo se la scossa principale sia già arrivata o se i calcinacci umani, civili e istituzionali che ci cadono ai fianchi ogni giorno siano ancora di assestamento. Assestare. È un verbo, un atto che contiene l’idea del “rimettere ordine”, in una situazione che richiama qualcosa di glorioso che si sgretola, come la torre medievale di Finale Emilia: Finis Imperii. E per provare a rimettere ordine bisogna leggere innanzitutto i segni.

Non solo i ricchi rubano – Tra le tante certezze che crollano, è arrivata l’ora anche di questo stereotipo: se le cose vanno male è colpa dei ricchi (dei panettieri, diceva la folla manzoniana). È diventato uno sport nazionale, ormai, la caccia al colpevole. Siamo onesti, almeno intellettualmente! Evadere le tasse è un costume (che è fin troppo facile definire mal costume), un atteggiamento che trapassa credi religiosi, politici, sociali e trasversalmente riguarda ciascuno di noi (come le recenti imprese della Guardia di Finanza hanno evidenziato). Ed è un problema morale. Ma, attenzione: quando la giustizia sociale diventa idolatria della morale, le conseguenze sono disastrose. Sappiamo tutti che tante famiglie se non evadono scendono sotto la soglia della povertà (e in molte zone d’Italia questo è ormai successo). Sarebbe immorale chiudere gli occhi sui problemi sociali: quando non si ha più di che sfamare sé e i propri cari, che si può fare?

Addio bella vita, cancro dei cervelli – Il benessere è un bene. Lo sa bene il padre di famiglia che lo costruisce pazientemente e con grandi sacrifici perché vuol bene ai suoi cari. Ecco: il benessere è un bene perché (e finché) permette di voler bene. La bella vita, invece, è un male. Perché la bella vita considera il benessere un diritto: esso invece è il frutto di un gesto che ultimamente deve poggiare su un pizzico di gratuità, su quella capacità di agire per il bene dell’altro, una capacità che distingue il gesto umano da quello animale, e, potenzialmente, lo nobilita, lo rende, appunto, gesto. E giusto. Tutti sappiamo quanto sia inconfondibile, inappagabile un gesto gratuito. La bella vita è diventata un diritto, nostro e dei nostri padri (non lo era per i nostri nonni): ma nella testa dei nostri figli è ormai, quasi irrimediabilmente, un imprinting. Ed è situazione, oggi, psicologicamente molto più onerosa, perché i nostri padri facevano sacrifici per ottenere la bella vita, facevano cambiali per vivere meglio: quanto è più difficile fare sacrifici, fare cambiali per la bella vita già vissuta! Per avere un’auto sportiva siamo disposti a pagare le rate, come per andare in vacanza: ma cosa succede quando occorre pagare le rate per un’auto che abbiamo già devastato, per una vacanza già consumata? Dove trovare le motivazioni per pagare una bella vita che non verrà?

L’unica possibilità è che riparta il lavoro – Il lavoro: la grande opportunità dell’uomo. È come per una donna di casa: la possibilità, la grande dignità di poter mettere ordine. Di poter contrastare ciò che tende costantemente a disordinarsi, disordinando la già disordinata vita dell’uomo. Assestare. E allora: com’è possibile dire che manca il lavoro? È un’assurdità! La cosa più lampante è la sovrabbondanza di disordine! Ma bisogna ribaltare le teste: il lavoro realizza l’uomo, il singolo, nella misura in cui egli decide di dare un contributo a ristabilire un ordine, laddove cioè l’orizzonte di azione è il bene comune. Solo così si realizza l’uomo. Lavorare per sé è un bene nella misura in cui è lavorare anche per gli altri. Ogni padre lo sa. In ogni caso: il lavoro è l’unica possibilità di sopravvivere, come singolo, come società, come civiltà. Quindi è da qui che oggi occorre ripartire: dal martoriato lavoro, liberandolo dai malanni (strutturali, ma innanzitutto culturali) che lo stanno strangolando. Se il lavoro è il motorino di avviamento di un popolo, com’è possibile vederlo maltrattare, soffocare in questo modo? Bisogna invece averne cura, come il contadino fa con il seme che gli porterà cibo.

Occorre un gesto coraggioso, per il lavoro. Favoriamo chi dà lavoro (come “benefattore della patria”), favoriamo il reinvestimento dei capitali detassandoli. Del tutto. Il lavoro deve essere promosso, non tassato (chi guadagna, invece, sì). Gli utili vanno tassati: gli investimenti no. Sono un bene comune. Cominciamo di qui, dall’Emilia che vuole rialzarsi: ed è un bene comune che si rialzi. E poi, di qui, da questa gente che chiede solo di ripartire, abbiamo il coraggio di chiedere a tutta l’Italia di ripartire! Così, come qui. Lavorando! Certo, detassare, oggi (in un momento in cui si vorrebbe tassare anche la luce solare o l’aria) comporta una programmazione alternativa, per pagarci la passata bella vita. Si potrebbe avere coraggio. E trovare le risorse necessarie a rimettere in moto il motorino di avviamento. Come spesso ci sentiamo ripetere ultimamente, il Paese ha bisogno che si riconsolidi la coesione sociale, quella strana energia per cui, mentre tutto suggerirebbe di separarsi per sopravvivere, ci si mette insieme, per un bene che, essendo comune, è l’unico a dimensione del singolo. Eppure pochi sono ormai capaci di dirci da quale sorgente farla rinascere. Occorre, infatti, sorprenderla quando accade; è più semplice vederla, quando produce i suoi frutti inconfondibili. 

È questo che stupisce girando per l’Emilia massacrata, che si rimette in moto il giorno dopo: un movimento che unisce emiliani, campani, africani, cinesi, cubani nelle tendopoli, per quell’energia che viene da lontano (lo si sappia o meno), che viene dai rimasugli di grandi ideali, cattolici, comunisti, liberali. Quell’energia che spinge gli alluvionati della Liguria, i terremotati dell’Aquila o quelli del Friuli a dire: “Siamo qui. Possiamo aiutarvi?”. Ma fino a quando potremo contare sui rimasugli? Quanto può durare l’onda lunga di un ideale, quell’ideale che, dietro e sotto culture e tradizioni anche contrastanti, ha fatto l’Italia del dopoguerra? Quell’ideale che, consapevolmente o meno, poggiava sulla pietra di costruzione che ci è propria, la prima risorsa nazionale, che si chiama relazione umana. Le ideologie crollano: la relazione tra persone è la nostra forza.

Si può credere nelle istituzioni solo se si crede in qualcuno. La nostra nazione è in pericolo, non meno di quando, nel 1996, don Luigi Giussani chiese di pregare per lei, ricordandoci, in quell’occasione, che “un popolo nasce da un avvenimento, si costituisce come realtà che vuole affermarsi in difesa della sua tipica vita contro chi la minaccia. Immaginiamo due famiglie su palafitte in mezzo a un fiume che si ingrossa. L’unità di queste due famiglie, e poi di cinque, di dieci famiglie, man mano che si ingrossa la generazione, è una lotta per la sopravvivenza e, ultimamente, una lotta per affermare la vita. Senza volerlo, affermano un ideale che è la vita. Così la gente che dice di riferirsi a un popolo reputa inesorabilmente positiva la vita”.

Questa è l’urgenza e la speranza: vedere gente così. Inesorabilmente positiva perché e finché il popolo esiste. E questo è un avvenimento che i terremotati (noi) non possono non attendere. E riconoscere. E favorire. In ogni modo.

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