ILVA TARANTO/ Bentivogli (Fim Cisl): c’è un’alternativa alla chiusura degli impianti

- int. Marco Bentivogli

Per MARCO BENTIVOGLI, 20mila persone che perdono il lavoro in una città come Taranto, che ha il 54% di disoccupazione giovanile, è un fatto gravissimo e inaccettabile

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Immagini di repertorio (Infophoto)

Gli operai dell’Ilva hanno dichiarato lo sciopero a oltranza, dopo che il gip Patrizia Todisco ha firmato il provvedimento di sequestro degli impianti dell’area a caldo di Taranto. In Puglia sono in corso diversi blocchi stradali per sollecitare un intervento del presidente Mario Monti. Ilsussidiario.net ha intervistato Marco Bentivogli, segretario nazionale di Fim Cisl e responsabile per la siderurgia.

Come commenta la decisione del magistrato di porre i sigilli all’Ilva?

Questo è un momento molto costruttivo per trovare la giusta conciliazione tra l’ambiente e la produzione nell’area di Taranto. Ferme restando tutte le prerogative della magistratura, ci saremmo aspettati una riflessione maggiore sulla portata del provvedimento, e non sulla sua correttezza.

In che senso?

Il sequestro dell’area a caldo dell’Ilva e dei parchi minerari, appena diventerà operativo, porterà alla fermata di un impianto che occupa 20mila lavoratori. L’azienda ha già fatto sapere che a Genova e a Novi Ligure tutto il gruppo Ilva a cascata si fermerà, in quanto Taranto alimenta tutti gli altri stabilimenti produttivi del gruppo. C’è stato immediatamente un corteo spontaneo di 6mila lavoratori giunti fino alla Prefettura di Taranto.

Ora che cosa accadrà?

Noi ci auguriamo che il periodo tra la notifica e l’esecutività del provvedimento sia utilizzato per accelerare rispetto all’ambientalizzazione dell’area, ma che nello stesso tempo si eviti di sospendere l’attività produttiva. Tra l’altro, la notizia del sequestro dell’Ilva è giunta proprio giovedì, nel giorno in cui è stato sottoscritto un protocollo di intesa al ministero dell’Ambiente che prevede 300 milioni di euro in interventi per la bonifica dell’area.

Che senso ha chiudere uno stabilimento perché i suoi dirigenti hanno commesso dei reati?

Il magistrato ha emesso anche dei provvedimenti restrittivi per la libertà personale dei dirigenti, ma chiudere uno stabilimento è una cosa molto semplice. L’Ilva è a Taranto dal 1961, e fino al 1995, quando è stata pubblica, si è sedimentato il più pesante e gravoso impatto ambientale sul territorio. Gli interventi per l’ambientalizzazione sono partiti nella fase successiva con la privatizzazione dopo il 2000. E’ paradossale che a fronte di investimenti ci siano provvedimenti di questo tipo, che in ultima analisi pagheranno i lavoratori.

Come farete a convincere il magistrato ad ammorbidire la sua posizione?

Nella sua autonomia e serenità operativa, il magistrato deve trovare tutte le occasioni, le energie e le possibilità per agire senza condizionamenti. La magistratura però non può essere un corpo isolato dalla realtà. Esiste un problema di ambiente, ma questo non si risolve chiudendo gli impianti bensì facendo in modo che si ottemperino le norme. E oggi a livello di emissioni l’Ilva è ottemperante nei confronti di normative molto restrittive.

 

Il vostro interlocutore però non è la politica, ma un giudice …

 

Giovedì eravamo in prefettura per la firma del patto per le bonifiche e il risanamento di Taranto. Se la costruttività di tutte le cariche istituzionali che abbiamo riscontrato ci fosse anche negli anni precedenti, oggi non ci troveremmo in questa situazione. E’ chiaro infatti che l’azione della magistratura si prende uno spazio dove c’è un vuoto lasciato dalla politica.

 

Quali saranno le conseguenze del sequestro dell’Ilva?

 

Il provvedimento rischia di essere di una portata devastante: 20mila persone che perdono il lavoro in una città come Taranto, che ha il 54% di disoccupazione giovanile, è un fatto gravissimo e inaccettabile. La rabbia dei lavoratori è quindi assolutamente giustificata.

 

Ma le acciaierie inquinano …

 

In tutta Europa si produce acciaio senza che diventi uno scontro muscolare tra istituzioni. Nei confronti dell’Ilva si è adottato però un modo di comportarsi tutto italiano: da noi una strada che provoca incidenti non si ripara, ma si chiude o ci si mette un cartello. Esattamente la stessa cosa è stata fatta con l’Ilva. Il sindacato è il primo a tenerci alla salute dei lavoratori, che sono più a contatto con le emissioni delle acciaierie. Fim Cisl è sempre stato un soggetto molto attento all’eco-sostenibilità degli impianti. Ma l’Ilva è l’impianto siderurgico più grande d’Europa, ed è un patrimonio per cui noi ci batteremo con tutte le nostre energie migliori per preservarne la continuità.

 

(Pietro Vernizzi)

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