ILVA TARANTO/ Il vescovo Santoro: così la Chiesa difende il lavoro degli operai

- int. Filippo Santoro

Per l’arcivescovo FILIPPO SANTORO, la Chiesa non si sente estranea al problema degli operai dell’Ilva di Taranto, ma lo condivide e ne porta la fatica insieme a chi la vive in prima persona

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I cantieri dell'Ilva dal golfo di Taranto

“La Chiesa non si sente estranea al problema degli operai dell’Ilva di Taranto, ma lo condivide e ne porta la fatica insieme a chi la vive in prima persona”. A sottolinearlo è l’arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro, secondo cui “le istituzioni hanno il dovere di impedire la chiusura degli altiforni e garantire il posto di lavoro agli operai che rischiano il licenziamento. Le singole persone inoltre hanno il dovere di non fossilizzarsi sulle grandi imprese, ma di inventare nuove forme di occupazione anche nell’agricoltura e nell’artigianato”. Proprio ieri sul caso Ilva è intervenuto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha ribadito come “deve essere possibile giungere a soluzioni che garantiscano la continuità e lo sviluppo dell’attività in un settore di strategica importanza nazionale, fonte rilevantissima di occupazione in particolare per Taranto e la Puglia”.

Il Papa ha invitato a trovare “una equa soluzione della questione, che tuteli sia il diritto alla salute, sia il diritto al lavoro”. Come è possibile conciliare questi due aspetti?

Sin dal mio arrivo in diocesi, il 5 gennaio scorso, ho detto che nella situazione ambientale noi dobbiamo in primo luogo difendere la vita. Quest’ultima però non è solo la vita materiale, ma anche la dignità del lavoro e l’occupazione. Sono stato molto contento dell’intervento del Santo Padre, che è un grande appoggio per noi, per gli operai e per l’intera situazione di Taranto. Il diritto all’occupazione si difende concretamente evitando di chiudere gli altiforni e garantendo il posto di lavoro. Buttare sulla strada 15mila persone non può giovare a nessuno, questo è un punto da mantenere fermo.

Eppure per il Papa anche l’ambiente è un valore fondamentale …

E’ il secondo aspetto, che non riguarda solo la terra ma anche il mare, a sua volta inquinato. Anche la difesa della salute deve essere fatta propria con più decisione dalle autorità locali. Le bonifiche necessarie devono essere realizzate in modo che la fabbrica possa andare avanti. E’ essenziale e indispensabile che le bonifiche siano apportate con opere intensive di miglioramento, e non solo ritocchi cosmetici che non risolvono il problema.

Quindi?

Il lavoro va difeso lasciando integra l’occupazione, l’ambiente va tutelato con investimenti massicci. Proprio per questo, oltre a visitare gli stabilimenti dell’Ilva e a pranzare con gli operai, per mostrare la mia solidarietà, mi sono anche recato all’ospedale Nord di Taranto dove ci sono i malati di cancro per le emissioni di diossina.

 

La Chiesa ha affiancato queste forme di vicinanza anche a un impegno fattivo?

 

L’impegno della Chiesa prima di tutto è sempre stata un’attenzione costante al mondo del lavoro, e in particolare a quest’opera grande e straordinaria come l’Ilva, ma che nello stesso tempo ha sconvolto il territorio di Taranto e provincia. Gli impianti siderurgici hanno cambiato la faccia della realtà locale. Quelli che erano contadini sono diventati operai, e si è sentita la necessità di una transizione ordinata dal mondo dell’agricoltura a quello dell’industria.

 

In che modo la Chiesa ha accompagnato questi passaggi delicati?

 

Nel 1968 c’è stata la memorabile visita del Papa Paolo VI all’Italsider (nome precedente dell’attuale Ilva, ndr), in un momento politicamente teso, con i lavoratori politicizzati al massimo. Il Santo Padre è venuto e ha mostrato la sua vicinanza. Più tardi c’è stata la visita di Giovanni Paolo II. L’intera pastorale è andata quindi in questa direzione, tanto è vero che monsignor Guglielmo Motolese, storico arcivescovo di Taranto, ha voluto il cappellani del lavoro proprio nell’Ilva.

 

Come si è manifestato questo impegno negli ultimi accadimenti?

 

Il primo aspetto che anch’io come arcivescovo posso offrire è che non siamo estranei al problema, ma condividiamo e portiamo insieme le difficoltà. In questi giorni mi trovavo in Brasile per delle ordinazioni sacerdotali, nella mia antica diocesi di Petropolis. Interromperò la visita per essere già domani a Taranto e fare una fiaccolata e una veglia di preghiera, partecipando quindi ai momenti in cui la lettura della revisione della sentenza può procurare maggiore tensione. Anticipo il mio ritorno perché sento che il compito del pastore è quello di stare con il suo popolo.

 

La Chiesa svolge anche un ruolo di mediazione tra le parti?

Come comunità ecclesiale stiamo cercando di portare avanti l’invito a un coordinamento tra le autorità politiche. Occorre la massima coesione tra il governo cittadino, regionale e nazionale, rendendo la questione Ilva un caso per tutto il Paese. A decidere il sequestro dell’Ilva non è stata la politica ma il Gip.

 

Il magistrato è il decisore ultimo, o è a sua volta responsabile di fronte a Dio?

 

I magistrati sono intervenuti perché in dieci anni si sono verificate delle morti, e dunque hanno dovuto compiere un atto per rispondervi. Il procuratore Sebastio mi ha confidato che non voleva giungere a questa decisione, ma si è trovato costretto dalla logica dei fatti. L’iniziativa del magistrato in sé è giusta, la revisione della sentenza esige però che i due elementi del lavoro e dell’ambiente siano equilibrati. Per esempio la difesa dell’occupazione deve scongiurare la chiusura degli stabilimenti o di punti importanti nella produzione. E’ però anche importante che il giudice indichi all’azienda degli obiettivi concreti che devono essere raggiunti, e non la pura e semplice chiusura immediata.

 

Qual è la responsabilità di tutti i cittadini di Taranto di fronte alla disoccupazione?

 

In un ambiente segnato dalla disoccupazione dilagante, che la crisi sta aggravando, a Taranto e in tutto il Meridione ci sono dei segni positivi, come le opere cresciute dentro la vita della Chiesa. Ma anche cooperative di giovani neolaureati che rischiando di guadagnare meno si mettono insieme per dare una risposta positiva a questo momento. Oltre a salvaguardare il lavoro già esistente, occorre inventare nuove forme di occupazione. Le singole persone hanno il dovere di non fossilizzarsi solo sulle grandi aziende, ma di valorizzare le piccole e medie imprese, l’agricoltura e l’artigianato. Sono tutti mondi che permettono un’occupazione varia, non a senso unico ma pluriforme. E’ questo il cammino della solidarietà e della vicinanza all’esigenza di occupazione e di vita della nostra provincia.

 

(Pietro Vernizzi)

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