ILVA TARANTO/ L’esperto: licenziamenti inevitabili e senza possibilità di ricorso

- int. Giampiero Proia

Per GIAMPIERO PROIA, l’azienda non potrà ricorrere alla cassa integrazione perché non ci sono le condizioni per garantire una riapertura degli impianti siderurgici in un futuro prossimo

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Il Gip di Taranto torna sui suoi passi per la seconda volta in pochi giorni e ordina il sequestro senza facoltà d’uso dell’area a caldo dell’Ilva. La conseguenza sarà lo spegnimento degli altiforni e quindi l’inevitabile messa in mobilità dei lavoratori. E’ quanto risulta da un’ordinanza inviata venerdì all’Ilva dal giudice Patrizia Todisco. Il provvedimento precisa che Barbara Valenzano, nominata dal magistrato come custode e amministratore degli impianti sequestrati, avrà il compito di sorvegliare “l’attuazione delle prescrizioni e procedure impiantistiche che si renderanno necessarie in attuazione del provvedimento di sequestro preventivo degli impianti a caldo e degli impianti tecnicamente connessi agli stessi”. Bruno Ferrante, presidente dell’Ilva, ha dato mandato di impugnare il provvedimento del giudice davanti al Tribunale del riesame. Ilsussidiario.net ha intervistato Giampiero Proia, professore di Diritto del lavoro all’Università di Roma Tre.

Come valuta la decisione del Gip di Taranto?

Il giudice non consente l’uso dell’impianto fino a quando non sarà ripristinata una situazione di regolarità. Dal punto di vista tecnico, questo comporta la sospensione dell’attività produttiva e quindi anche il fatto che il personale non potrà svolgere la sua attività. I rapporti di lavoro rischiano di essere dunque sospesi in conseguenza del provvedimento.

Come si spiega invece la scelta del magistrato di ritornare sulla sua decisione per la terza volta nel giro di pochi giorni?

E’ possibile che il giudice Patrizia Todisco abbia rivisto la sua posizione in maniera spontanea, oppure che sia stato sollecitato da qualcuna delle parti in causa. Era presente una serie di realtà di ispirazione ambientalista che avevano mosso delle critiche piuttosto accese alla decisione di consentire l’uso anche durante la vigenza del provvedimento di sequestro.

E quindi?

Se queste espressioni di opinione erano formalmente costituite nel processo, è probabile che abbiano sollecitato un riesame da parte del Gip e che questo abbia portato a una revisione del suo precedente provvedimento. Esiste inoltre una seconda ipotesi, e cioè che il Gip sia ritornato spontaneamente sulla sua decisione, con quella che i latini definivano una “melius repetentia”, cioè di una ripetizione in meglio. In questo caso non so se si tratti di un meglio o di un peggio, ma evidentemente il giudice ha riflettuto e ha cambiato idea.

Per i lavoratori dell’impianto sequestrato esiste un’alternativa al licenziamento?

L’azienda privata che si trova nella situazione di non potere produrre ha di fronte a sé due sole possibilità: licenziamenti e cassa integrazione guadagni. Per la cassa integrazione guadagni occorrono dei provvedimenti amministrativi, un consenso da parte delle autorità che la devono concedere e la previsione attendibile del fatto che si tratti di una condizione temporanea. In una situazione di incertezza molto forte come quella dell’Ilva è possibile che sullo scenario più immediato di questa vicenda ci sia proprio lo spettro dei licenziamenti.

 

I lavoratori potranno fare ricorso contro il licenziamento?

 

E’ estremamente difficile. In questo caso non sarebbero licenziamenti individuali ma per procedura di mobilità. Quest’ultima, che in sostanza altro non è che una forma di licenziamento collettivo e si distingue per questo da quelli individuali, può avere un’opposizione sindacale, e sicuramente l’avrà, ma è improbabile che ne abbia una di fronte al tribunale. Nel nostro ordinamento le procedure di mobilità non prevedono un sindacato giudiziario sul merito della decisione.

 

Per quale motivo?

 

La decisione del datore di lavoro di ridurre in maniera stabile il personale, o addirittura di licenziare, è considerata come una “scelta di opportunità”. In base all’articolo 41 della Costituzione, quest’ultima compete solo all’imprenditore. In base alla norma che regola la procedura, la legge 223 del 1991, questa scelta non è sindacabile dal giudice. Il magistrato cioè non può entrare nel merito della decisione per dire se sia o meno giusta, diversamente da quello che accade per i licenziamenti individuali dove il sindacato giudiziario è molto più incisivo.

 

(Pietro Vernizzi)

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