LA STORIA/ Ilva, quella fabbrica che tiene in vita (e avvelena) Taranto

- La Redazione

Il braccio di ferro continua. Da un lato il governo, dall’altro la Procura. In mezzo una città e un dramma che non permette facili semplificazioni. Il racconto di tre donne tarantine

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Il braccio di ferro continua. Da un lato il governo, secondo cui l’altoforno dell’Ilva non può chiudere, dall’altro la Procura di Taranto, che insiste sulla strada del sequestro e del blocco della produzione. In mezzo una città e un dramma che non permette facili semplificazioni. Migliaia di persone infatti rischiano di perdere il lavoro, mentre altrettante portano sulla loro pelle anni di esposizione alle polveri e ai fumi tossici degli impianti.

«Senza l’Ilva la città muore – racconta Paola, una signora di 55 anni, con un figlio da poco rimasto senza lavoro, a IlSussidiario.net –, ma ci sta avvelenando. Basta guardare i balconi di Taranto. Ogni mattina si ricoprono di una polvere luccicante. E questo non accade solo nel rione Tamburi, quello più popolare e vicino allo stabilimento, ma in tutta la città. Lo stesso Mar piccolo, il nostro mare interno, un tempo era un piccolo Paradiso. Oggi invece è ridotto a un’immensa pozza di melma, da anni e anni di scarichi, con grave danno per gli storici allevatori di cozze. E gli effetti di questa situazione si vedono: i tarantini che contraggono tumori alla tiroide o diverse forme di leucemia non si contano, mentre i medici segnalano preoccupati che gli ammalati sono sempre più giovani».

Anche a lei, ci confiderà più avanti, è stata diagnosticata una gammopatia monoclonale, l’«anticamera del cancro», ci dice, senza perdersi d’animo. «Non si può pensare di chiudere un’azienda che fa lavorare una città, e in cui io stessa manderei mio figlio – prosegue Paola –, ma bisogna sanare questa ferita. Taranto deve camminare verso la verità, come ci ha indicato l’Arcivescovo, monsignor Filippo Santoro. Un uomo che si sta offrendo come interlocutore di tutti all’interno di un dibattito schiacciato sulle posizioni più estreme e ideologiche».

Anche Luciana ci parla di monsignor Santoro e dei salti mortali compiuti per partecipare alla sua fiaccolata del 1 agosto, nel quartiere popolare della città. «È stato il gesto più ragionevole e intelligente che si potesse fare. Nessuno può permettersi di non prendere posizione. Nemmeno chi, come me, vive più lontano dallo stabilimento, sul lungomare, e fa tutt’altro lavoro». La storia dell’Ilva sembra infatti ineliminabile da quella di tutti i tarantini. «Insegno scienze alle scuole medie – ci dice Luciana – e ogni giorno vedo la condizione in cui vivono le famiglie. La situazione ambientale è gravissima. Io stessa sono riuscita a vincere il tumore, ma ho un marito con la leucemia. Mio cognato, invece, è un dirigente dell’azienda, ormai rassegnato a perdere il lavoro. Taranto però è la città che amo e in cui io e mio marito abbiamo deciso di tornare dopo l’Università, anche se qui mio padre era morto di leucemia, mia suocera di cancro e oggi abbiamo due figli da crescere: una di 8 e uno di 19 anni». Una scia impressionante di sofferenza e di morte, che non si può cogliere discutendo di ricorsi alla Corte costituzionale e conflitti di attribuzione.

«Da piccola ho sempre visto mio padre tornare a casa dalla Italsider con i vestiti impregnati dalla polvere e con addosso un odore caratteristico che non si può dimenticare – ci confida invece Cinzia –. E così, quando mi hanno assunto all’Ilva come interprete ero davvero orgogliosa. Volevo tornare nei luoghi in cui aveva lavorato lui. L’odore nell’aria era il suo e le polveri sottili creavano dei colori particolari. Non c’era ancora coscienza dei rischi che si correvano. Il miraggio dell’industrializzazione e della ricchezza copriva tutto il resto. Oggi papà è in prepensionamento, ha un cancro al rene e una causa di lavoro in corso. E credo che questa sia, in sintesi, la storia di una generazione. Tutti i miei concittadini hanno infatti almeno una storia di tumori in famiglia».

Ma il racconto di Cinzia non termina qui. «Quando ho cambiato lavoro, passando all’insegnamento all’interno della scuola di Tamburi, ogni tanto chiedevo ai miei alunni perché le loro famiglie non avessero deciso di andarsene. “Professoressa – mi disse un giorno uno di loro –, o moriamo di cancro o moriamo di fame. Il cancro forse non ci viene, ma di fame moriamo di sicuro”. 
Insomma, ciascuno di noi porta dentro di sé un dramma. Il diritto alla vita e al lavoro sembrano in contraddizione in una città in cui ai bambini è vietato toccare l’erba e i fiori dei giardinetti e in cui le mamme che allattano danno un latte già inquinato ai propri figli. Anche se i giornali nazionali raccontano un’altra storia…». 

Ma com’è possibile vivere dentro una situazione di questo tipo? «Davanti a una cosa del genere non ci si può schierare. Un uomo che porta con sé i propri desideri e le proprie ferite aperte, per la vita, per il lavoro e per la nostra terra deturpata, ha solo bisogno di qualcuno che lo aiuti a far venir fuori da ciò che accade la verità e la speranza. Verità e speranza, non silenzio e connivenza…».

(Carlo Melato) 

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