MAGRIS & MEETING/ Doninelli: Claudio, il nostro “piccolo” infinito è destinato a morire

LUCA DONINELLI risponde a Claudio Magris che ieri, sul Corriere, ha riflettuto sul tema dell’Infinito, al quale il Meeting di Rimini ha dedicato il titolo della sua XXXIII edizione

21.08.2012 - Luca Doninelli
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Claudio Magris

Carissimo Claudio,
ho letto con attenzione e grande piacere la riflessione che hai dedicato, sul Corriere della Sera di ieri, al tema dell’attuale Meeting di Rimini: “La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito”.
Il tuo pensiero, oltre a quello dell’eleganza, ha il pregio dell’autentica chiarezza, quella chiarezza che non appartiene solo al procedere dell’argomentazione, ma anche alle premesse.

Proprio perciò il tuo pensiero è discutibile, come si addice a ogni vero moto di pensiero: perché sa mettersi a nudo.
Da qui intendo partire per fare qualche osservazione sul tuo scritto.
Leggendolo, mi venivano in mente tanti nomi fondamentali della storia della filosofia. Andando a ritroso, cito Wittgenstein, Kant, Galileo, giù giù fino agli Stoici e a Socrate. Ad essi mi permetto di aggiungere quello di Spinoza.

Tutti questi filosofi, nella loro diversità, si può dire professino nei confronti delle cose un atteggiamento che i detrattori hanno definito con la parola “intellettualismo”.
Tu parli dell’Infinito come di quell’“oltre”, o per dirla con Montale quel “più in là” senza cui le cose finite – che sono poi quelle di cui in realtà ci occupiamo da mattina a sera – non avrebbero nessun senso. Aggiungi però che l’Infinito, pur essendo quanto di più reale esista, diventa astratto nel momento in cui cerchiamo di farne l’oggetto di un nostro discorso, definendolo fino a farne, per così dire, un nostro possesso.

Perciò alla fine suggerisci come il solo modo di amare l’Infinito senza cadere nella vuota astrazione sia quello di amarlo “dentro” le cose finite, dentro il “qui e ora” delle cose di ogni giorno, senza la pretesa di definirLo né tantomeno di parlare in Suo nome.
Nel tuo discorso manca però qualcosa di essenziale: il fatto cioè che l’uomo non è assolutamente in grado di realizzare il programma che dici tu. C’è in noi una ferita enorme, paurosa: vorremmo essere virtuosi e siamo meschini, vorremmo essere magnanimi e siamo pieni di perfidia, cerchiamo di innalzare il nostro spirito e siamo prigionieri delle nostre passioni più inconfessabili. La vita dei pensatori più sublimi è zeppa di bassezze, come quella di noi tutti.

Che l’Infinito si realizzi nella carezza che do a mio figlio, nella stretta di mano a un amico, o anche soltanto nel preparare una frittata, bè, è il desiderio di tutti: è il fuoco che ci arde dentro, e al quale cerchiamo di dare risposta spesso nei modi peggiori.
Il guaio è che non ce la facciamo, perché tra il desiderio e la realtà di ogni giorno c’è un abisso, ci piaccia o no. È il retaggio terribile del più bello tra i doni che abbiamo ricevuto: la libertà. Nella tradizione cristiana questo abisso, che appartiene all’esperienza di tutti gli uomini, ha un nome: Peccato Originale. È una legge inesorabile, espressa perfettamente da Ovidio: “Video meliora proboque, sed deteriora sequor”: vedo ciò che è meglio e lo approvo, ma seguo quel che è peggio.

Tolta questa realtà senza pensiero e senza ragione, che si mette di traverso a ogni nostro nobile tentativo, ma da cui i nostri tentativi non possono prescindere (qui sta il punto), possiamo illuderci che il bene, che è la realizzazione dell’Infinito dentro il finito, si possa compiere sempre, basta che lo vogliamo.

Questa ferita costituisce tuttavia anche l’occasione più grande per l’uomo, perché ne rivela la natura più profonda: quella di esser totalmente bisognoso, nudo, povero, mendicante. Tanto da far dire a don Giussani, nel 1998, che “il mendicante è il protagonista della storia”. L’uomo ferito chiede all’Infinito di esistere come persona, come un “tu”.

La preghiera è sicuramente anche quello che dici tu, caro Claudio, cioè attenzione alle cose. Ma se le togli il grido che erompe dal nostro povero cuore, affinché l’Infinito abbia pietà del niente che siamo la tua resta una preghiera per filosofi, per persone molto intelligenti, per i notabili dell’umanità.

Il cristianesimo è, per me e per qualche mio amico, l’imprevedibile risposta di Dio al nostro grido, il moto del Suo cuore mosso a pietà per la nostra miseria a tal punto da farsi uomo e morire in croce. La sorpresa per questa inimmaginabile iniziativa dell’Infinito è la vita cristiana, ossia il tentativo, sempre imperfetto, ma anche sempre correggibile, di corrispondere a questo immenso dono. 

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