LEGGE 40/ D’Agostino: il paradosso di una Corte a cui interessano soltanto i codici

- Francesco D'Agostino

La sentenza della Cedu spinge per introdurre pratiche di selezione della specie e mina alla radice gli equilibri nei rapporti tra le generazioni. Il punto di FRANCESCO D’AGOSTINO

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Immagine d'archivio

Ieri, la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha sede a Strasburgo, con una sentenza di primo grado, ha accolto il ricorso di una coppia contro la legge 40 che è stata giudicata dai magistrati “incoerente” con l’ordinamento italiano. È ancora presto per trarre un bilancio definitivo della vicenda, anche perché bisogna attendere almeno di poter leggere le motivazioni dei giudici; un passaggio fondamentale anche per le valutazioni del governo italiano che, non appena conoscerà le ragioni dei togati, saprà decidere l’opportunità di un’eventuale azione che potrebbe portare anche al giudizio d’appello. Ma intanto, questa è l’opinione che della vicenda si è fatto Francesco D’Agostino, «è importante far capire all’opinione pubblica che la posta in gioco va molto al di là della Legge 40, che riguarda le coppie sterili o affette da problemi riproduttivi: in gioco c’è il senso che noi vogliamo dare ai rapporti tra le generazioni». D’Agostino è docente di Filosofia del diritto all’Università di Roma Tor Vergata e intervistato dal Sussidiario.net ha voluto mettere in guardia da possibili derive eugenetiche, ricordando che la lotta contro l’eugenetica «è come quella contro l’inquinamento: una volta che si è riconosciuto che l’inquinamento è autentico, e quindi che è gravemente dannoso per la salute, non è possibile accettare un tasso di inquinamento anche solo moderatamente pericoloso».

I giudici di Strasburgo hanno accolto il ricorso di una coppia (fertile) che, dopo la nascita della loro prima bimba affetta da fibrosi cistica (malattia di cui entrambi hanno scoperto di essere portatori sani in quella circostanza), e dopo aver abortito il secondo figlio, anch’egli positivo alla malattia, voleva averne un terzo ma questa volta con la certezza che fosse sano, motivo per cui i coniugi hanno deciso di ricorrere alla fecondazione assistita. Ma la Legge 40 non lo consente perché la pratica è riservata alle coppie sterili o a quelle in cui il partner maschile abbia una malattia sessualmente trasmissibile, come l’Aids o l’epatite B e C. Ai giudici, in particolare, non è piaciuta l’impossibilità per la coppia – prevista dalla legge italiana –, di accedere alla diagnosi preimpianto degli embrioni.

Ci spiega quali ragioni hanno portato i magistrati a prendere questa decisione?

Secondo i giudici europei l’incoerenza risiede nel fatto che lo stato italiano (con la Legge 194, ndr) riconosce il diritto all’aborto cosiddetto “terapeutico” per malformazioni fetali, ma non consente alle coppie che fanno ricorso alla fecondazione assistita di accertare se ci siano malformazioni negli embrioni che stanno per essere impiantati nell’utero della donna, impedendo così alla coppia l’opportunità di scegliere un embrione sano. Il punto è che la corte non ha assolutamente valutato che la finalità della legge italiana è quella di impedire drasticamente ogni forma di selezione eugenetica degli embrioni. Questo è il punto decisivo del dibattito.

Continui…

Ovviamente chi è favorevole alla selezione eugenetica degli embrioni riterrà aberrante la Legge 40 e magari insisterà sul paradosso che in una fecondazione naturale è possibile abortire un feto malformato. Ma la grande differenza è che l’aborto riconosciuto lecito dalla legge italiana non è un aborto eugenetico, non si fonda cioè sulla scelta di individui umani in fase embrionale sani contro quella di individui umani in fase embrionale malati. Questo è lo scopo delle pratiche eugenetiche: distruggere i soggetti deboli e lasciar vivere quelli sani.

Pratiche che, ad oggi, non sono ammesse dall’ordinamento italiano. O hanno ragione i giudici di Strasburgo?

Assolutamente no. La legge sull’aborto, quale che sia il giudizio etico che si vuole dare su questa legge, non impone o non favorisce una selezione eugenetica dei nascituri. E anche la Legge 40 ha inteso proibirla. Meraviglia che la Corte europea dei diritti dell’uomo non abbia voluto tenerne conto. Almeno stando alle notizie divulgate fino ad ora. Bisognerà comunque aspettare di leggere tutta la sentenza, ma sembra che questo aspetto del problema non sia stato percepito affatto dai giudici.

 

Oltretutto un conto è parlare di diagnosi pre impianto, un conto di diagnosi prenatale.

 

In questo caso stiamo parlando di legge sulla fecondazione artificiale e quindi di diagnosi preimpianto a carico di embrioni concepiti in provetta, prima cioè che vengano portati nell’utero della donna. Ripeto, la legge italiana proibisce ogni pratica che renda possibile la selezione eugenetica degli embrioni e la distruzione di quelli ritenuti presumibilmente malati in favore di embrioni ritenuti presumibilmente sani. Questo è il nocciolo della Legge 40 a cui si riferisce la sentenza europea.

 

Secondo Severino Antinori, sentito in merito alla vicenda dal Corriere della Sera, le accuse di eugenetica non stanno in piedi. Lei sembra di convincimento opposto…

 

Il problema dell’eugenetica dovrebbe preoccuparci tutti non tanto perché nello scenario attuale sia immaginabile un rigoroso controllo eugenetico in carico a tutta la popolazione in età fertile o a tutte le coppie che vogliono fare figli. Il vero problema dell’eugenetica è un altro: è il pericolo dell’assuefazione psicologica a un controllo sociale sulle generazioni future. All’eugenetica o si dice di no in assoluto o è facile dirle di sì in assoluto. Perché, non appena si accetta anche solo una pratica eugenetica, è difficilissimo rifiutarne di nuove. L’opposizione alle pratiche eugenetiche deve essere un po’ come quella degli ecologisti che combattono l’inquinamento…

 

Cosa intende?

 

Una volta che si è riconosciuto che l’inquinamento è autentico, e quindi che è gravemente dannoso per la salute, non è possibile accettare un tasso di inquinamento anche solo moderatamente pericoloso. Con l’eugenetica è uguale. O rifiutiamo il controllo eugenetico sulle generazioni future, cominciando dalle pratiche di fecondazione assistita, oppure dovremo presto arrenderci al fatto che, in linea ipotetica, anche coppie fertili che non hanno bisogno della fecondazione assistita potrebbero, per ragioni eugenetiche, ricorrere a questa pratica per avere la certezza di mettere al mondo non soltanto figli “non malati” ma soprattutto figli particolarmente dotati dal punto di vista genetico.

 

Ma oggi, tutto questo, in Italia non è possibile.

 

Con la Legge 40 è possibile congelare gli embrioni che non possono essere impiantati nell’utero della donna per qualunque ragione. Oltretutto, la Corte costituzionale ha fatto saltare il vincolo massimo di tre embrioni da produrre per ogni ciclo di fecondazione assistita (quello inizialmente previsto dalla Legge 40,ndr). Quindi oggi in linea ipotetica è possibile fecondare 10 embrioni in vitro ed eventualmente congelarli. E fino qui siamo nel campo della legalità. Quello che non è legale fare è procedere alla selezione per ragioni eugenetiche dopo aver fatto una diagnosi sugli embrioni stessi per verificarne il loro stato di “salute”.

 

E agli embrioni che non vengono impiantati che sorte tocca?

Qui ci troviamo di fronte al paradosso del quale si è discusso moltissimo e per il quale non si è trovata nessuna soluzione coerente e razionale. Gli embrioni vengono congelati nell’ipotesi che potrebbero essere riutilizzati dalla coppia che li ha prodotti ma in realtà possono rimanere congelati a tempo indeterminato. Non è ancora chiaro come sciogliere questo nodo. La legge inglese impone la distruzione a cinque anni dalla formazione, altre leggi consentono che questi embrioni vengano offerti alla ricerca scientifica, la legge italiana invece si è attestata su una linea di mediazione di questo tipo: possono essere congelati ma non vanno distrutti. Di più la legge non dice. Di fatto prevede un congelamento a tempo indeterminato degli embrioni. Con un paradosso psicologico ed etico: quello di contribuire alla creazione di vite umane senza consentire loro di nascere.

 

La corte di Strasburgo vuole dunque spingerci ancora più in là, verso una deriva di carattere eugenetico?

Questa vicenda ci manda un’indicazione molto precisa: la corte europea non ha manifestato nessuna attenzione al problema dell’eugenetica. Se non l’abbia fatto per “sbadataggine” o intenzionalmente andrà verificato. Ma questo è il senso della notizia che stiamo commentando: a torto o a ragione la legge italiana pare mossa da una certa sensibilità anti-eugenetica, mentre i giudici di Strasburgo hanno bypassato il problema mostrandosi non consapevoli della sua rilevanza.

 

(Matteo Rigamonti)

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