J’ACCUSE/ Sbai: c’è un gioco di parole che condanna le donne tunisine

- Souad Sbai

A Tunisi è in atto una regressione civile e cultura che rischia di coinvolgere tutta l’Europa. L’uguaglianza tra uomo e donna, in vigore dal 1956, sarà abolita

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«Lo Stato assicura la protezione dei diritti della donna, sotto il principio della complementarità (non uguaglianza) con l’uomo in seno alla famiglia, e in qualità  di associata all’uomo nello sviluppo della Patria».  Non che ci aspettassimo chissà quali avanguardie in fatto di diritti dall’estremismo che governa oggi la Tunisia. Ma che si arrivasse ad un palese quanto sfacciato sradicamento dell’uguaglianza fra uomo e donna addirittura nel nuovo testo costituzionale, questo è davvero lo schiaffo più cocente alle donne non solo del mondo arabo ma anche in Occidente. Il Codice dello Statuto Personale delle donne in Tunisia aveva fatto tabula rasa di tutte le orrende violenze psicologiche cui la donna era sottoposta, eliminando la poligamia, il ripudio e riconoscendo di fatto l’uguaglianza totale fra uomo e donna. Una carta applicata nel 1956 viene oggi stravolta e vilipesa da un gruppo di estremisti che hanno preso il potere nel 2012, nel tentativo di riportare la Tunisia all’era pre Bourguiba. L’estremismo radicalista rallenta il percorso della storia fino a farlo praticamente regredire, questo lo sapevamo bene, ma il tentativo che è in atto a Tunisi rasenta il crimine internazionale contro le donne. La donna, da pari con l’uomo, diventa complementare. Ignobile dicitura per non dire inferiore, parola che avrebbe scatenato le ire di tutti perché troppo palese.
L’evoluzione del linguaggio, laddove esso prende nettamente la caratteristica della Taqiya (doppio linguaggio), è ormai un marchio di fabbrica che coinvolge anche certi personaggi di casa nostra. Con il buonismo e con le parole belle si inserisce il velo, poi si passa al burqa e magari alla fine alla lapidazione. Tanto tutto è cultura, ci dicono. Quindi anche la “complementarietà”, termine quasi affine alla matematica e quindi apparentemente lontano dalla questione dei diritti. Talmente lontano da apparire quasi non coerente con la giusta e quanto mai attesa interpretazione del testo sacro da parte dello studioso Mohammed Rashed, che ricorda e assieme a lui l’università di Al Azhar, che il velo non è un obbligo ma un’abitudine. E che quindi non ha nulla di religioso, ma viene con esso imposto alle donne. Ma con i complementi e con le metriche di genere questo sicuramente non ha nulla a che fare, penserà qualcuno. 

Dalle stelle alle stalle, dalla libertà all’oppressione e chi più ne ha più ne metta. E il presidente Marzouki, la cui rappresentatività è ancora tutta da definire, si permetteva, stante il tracollo etico del suo Paese, di criticare in presenza dell’ambasciatore marocchino la monarchia di Rabat. Dove la Moudawana e le riforme sui diritti, nonché politiche a livello di sistema di governo, fanno invidia non solo al mondo arabo ma anche ad alcuni paesi occidentali, che di diritto spesso hanno solo un pallido vestito. La riforma della Costituzione a Tunisi non è ancora stata approvata e necessiterà la maggioranza dell’assemblea plenaria. Da chi ieri era bandito perché sovversivo e voleva instaurare il califfato islamico sulla Tunisia, da chi ieri era sulle liste nere dell’estremismo internazionale poco ci si poteva attendere, ma non è il momento del pensiero, bensì dell’azione. Ora è il momento dello sforzo, del coraggio per le donne tunisine che sono insorte ma la cui voce non è stata ancora ascoltata. Chi ha assaggiato la libertà non può mai pensare di tornare in catene, a costo della vita. Dalla Tunisia e da come si evolverà questa orribile vicenda, lo sappia bene anche l’Occidente con il suo buonismo da quattro soldi, dipende il futuro delle donne in tutto il mondo arabo. E poi, con ogni probabilità, di quelle del Continente europeo, che si avviano verso una progressiva radicalizzazione della loro condizione sociale e umana.



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