LETTERA/ I carcerati di Padova: lavorare è stato come rinascere

- La Redazione

Le testimonianze dei detenuti del carcere di Padova sulla grande opportunità di lavorare durante la detenzione. E le richieste rivolte al ministro Severino per incentivare questa possibilità

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foto:Infophoto

Pubblichiamo i messaggi dei carcerati letti nell’Aula Magna dell’Università di Padova durante l’incontro con il ministro della Giustizia Paola Severino sulla tematica del lavoro nell carceri.


Buongiorno Onorevole Ministro Severino,

Sono un detenuto ergastolano, mi chiamo Giovanni Dinja, sono da 10 anni in questo istituto e da 7 anni lavoro per questa meravigliosa cooperativa.

Signor Ministro, la mia vita qui in carcere è migliore di prima di entrare. Sono condannato per reati brutti. Mi vergogno, giorno dopo giorno, per le brutte cose che facevo prima.

Sono partito con i gommoni dall’Albania, ho lasciato il mio papà, la mia mamma, un fratello e una sorella. Sono venuto in Italia pensando di trovare l’oro e mi sono rovinato la vita e ho rovinato la vita alla mia famiglia. Eravamo un gruppo di 10 amici. Tutti i miei amici sono morti. Sono l’unico rimasto vivo. Se non mi arrestavano sarei morto anch’io.

Da quando lavoro onestamente, sto capendo i valori della vita che prima non conoscevo. Ho imparato che con un lavoro onesto si può vivere una vita onesta. Nei primi anni di carcere pensavo ogni giorno di mettere fine alla mia vita. Un giorno leggo che la Cooperativa cerca operai e subito faccio la domandina. All’inizio ho fatto un corso di formazione e poi sono stato assunto. Quando ho saputo che mi avrebbero assunto è stato come rinascere un’altra volta. Dopo tanti anni sto capendo quali sono i valori veri della vita.

Onorevole Ministro, anche se mi trovo in carcere, prendo uno stipendio come quelli che lavorano fuori: pago le tasse, pago le spese della giustizia, pago il mantenimento e mando i soldi alla mia famiglia in Albania.

Non so se lo posso dire, ma io ho tolto la vita a un essere umano che oggi poteva essere mio fratello. Ho distrutto due famiglie: la famiglia della vittima e la mia famiglia.

Due anni fa ho adottato un bambino in Africa, in Uganda. Si chiama Cristiano Dinja. Ho fatto questo piccolo gesto perché vorrei, come posso, dare e sostenere un’altra vita, perché tutto il rispetto va alla famiglia della vittima.

Ringrazio questo Istituto, la Direzione, il presidente e tutti gli operatori e i colleghi detenuti della Cooperativa. Sarò grato tutta la vita per aver potuto vivere questa esperienza.

Ultima cosa, se posso: noi ergastolani, giorno dopo giorno, siamo in attesa di un fine pena certo. Non vi dimenticate di noi.

Grazie Onorevole Ministro

Giovanni Dinja


Onorevole Ministro,

Mi chiamo Alessandro, ho 32 anni, sono originario di Catania, sono in carcere dal 2006 e lavoro dal 2009 per la Cooperativa al reparto biciclette. Ho un figlio di 8 anni che non vedo da 6 anni che per scelta abbiamo deciso di non fare venire ai colloqui.

L’attività delle biciclette è stata da subito una grande sfida. Siamo partiti con tante difficoltà. Non riuscivamo a fare i numeri e spesso l’azienda ci mandava indietro le biciclette che non erano fatte bene. Pensavamo che fosse innanzitutto un problemi di esperienza e conoscenza del mestiere. Invece con il passare degli anni abbiamo capito che gran parte della carenza dei nostri risultati era dovuta al fatto che credevamo poco a quello che facevamo e davamo poco credito alle nostre capacità.

Oggi i il lavoro è parte di me. Sono in laboratorio dalle 8 della mattina alle 6 del pomeriggio. In stagione ci fermiamo anche al sabato perché bisogna produrre tanto e bene.  Non è più un passatempo. Dobbiamo rispondere al cliente e al nostro datore di lavoro e cominciamo a essere contenti anche dei risultati. La vita nei piani in carcere ci spinge ad essere diffidenti tra di noi, senza speranza, sospettosi di tutto, sempre sulla difensiva .

Al lavoro se i rapporti sono così le cose non funzionano. La catena non gira. Non si fanno i numeri. Per esempio: se le ruote non vengono montate in asse, i freni non possono essere assemblati correttamente e chi monta i freni deve avere la libertà di correggere il proprio compagno di lavoro.  Altrimenti la catena rallenta a fine giornata anche noi non siamo soddisfatti. Abbiamo cominciato a raggiungere dei risultati perché abbiamo cominciato a guardarci diversamente: è cominciata pian piano a crescere una certa sintonia, un equilibrio, una stima, una soddisfazione nuova.

La pena ha iniziato ad avere un senso.

Grazie

Alessandro

Onorevole Ministro,

Vogliamo innanzitutto darle il benvenuto, a nome di tutta la popolazione detenuta, dentro queste mura spesso guardate con ripugnanza da chi ha la fortuna di dimorare fuori di esse, ma che come lei ben sa, avendo frequentato questi luoghi da ben prima di diventare ministro della giustizia, non sono abitate da alieni ma da uomini che hanno vissuto e che, quando gli viene data l’opportunità di fare, si ingegnano a costruire prodotti e futuro.

Noi siamo due fratelli, io mi chiamo Gianni e lavoro alle cucine per la cooperativa da circa 6 anni e mio fratello Biagio, fa lo stesso da quasi un anno. Da quando sono arrivato a lavorare mi è cambiato il modo di affrontare la mia carcerazione, grazie anche alla fortuna di aver trovato insieme a un’occupazione persone disposte ad aiutarmi.

Devo confessare che l’inizio non è stato facile perché venendo da altri istituti, in cui non esistevano realtà lavorative, vivevo la carcerazione in tutt’altro modo, sempre con pessimismo e poco interesse. Poi man mano che le giornate al lavoro passavano mi sono accorto che la mia vita stava cambiando: prima di tutto perché mi sentivo trattato come una persona, e questo mi ha aiutato a crescere moltissimo a livello umano. Poi il lavoro mi ha reso indipendente da tutto e da tutti, e ad oggi sono passato dalla necessità e l’umiliazione di chiedere un sostegno economico ai miei famigliari all’orgoglio di poter contribuire con il frutto del mio lavoro al bilancio familiare.

In questo 2012 ci sono capitate delle brutte situazioni sia personali che famigliari dato che io in prima persona ho rischiato la vita, per una grave malattia, subendo un’operazione che mi ha fatto soffrire tantissimo e poi avendo avuto un grave lutto: la morte di mia nipote di 23 anni, figlia di mio fratello Biagio. Se tutte queste cose fossero avvenute in un altro contesto non so se io e Biagio ne saremmo usciti così integri, perché nei nostri compagni di lavoro abbiamo trovato grande conforto e sostegno in un momento cosi buio della nostra vita. Dobbiamo ringraziare molto quindi l’aver incontrato queste persone e questo lavoro sulla nostra strada.

Questa fortuna purtroppo non è però data a tutta la popolazione detenuta: in questo carcere, che viene definito uno dei migliori di questo paese, lavora circa il 15% della popolazione detenuta e un altro 15% è impegnato in vari corsi scolastici; mentre il restante, al pari delle altre galere sul territorio nazionale, passa il tempo a contare i giorni, gli anni e talvolta i lustri che mancano al fine pena e di conseguenza escono culturalmente più poveri di quando sono entrati.  Crediamo quindi, onorevole Ministro, che sia il caso, come peraltro lei ha cominciato a fare, di dedicare impegno e risorse verso questi posti e di avere il coraggio di introdurre nella nostra legislazione un codice penale che metta da parte logiche emergenziali spesso costruite su un singolo caso di cronaca e che vengono però addebitate a tutti noi.

Le pene quando si prolungano all’infinito non ci rendono migliori, “Fatti non foste a viver come bruti …”: questo chi l’ha scritto pensiamo si riferisse a tutti gli uomini!

 

La ringrazio per averci ascoltato e da parte di tutti noi le auguro una lunga permanenza al ministero della giustizia, poiché siamo certi che lei è la persona adatta a ricoprire una carica che si occupa di quel bene primario che è la liberà degli uomini, anche di quelli a cui nel percorso della vita è capitato di deviare.

 

Gianni e Biagio

 

 

Onorevole Ministro,

Mi chiamo Davor, sono un cittadino croato e ho 47 anni. Sono stato condannato all’ergastolo e sono detenuto dal 2001.

Prima di essere arrestato ho lavorato per 10 anni in Italia con un regolare permesso di soggiorno, poi purtroppo ho commesso un gravissimo reato e sono finito in carcere.

Prima di giungere a Padova ho fatto quasi 5 anni in un altro istituto dove la parola “percorso” non esisteva e dove la possibilità di avere un lavoro era solo per pochi.

Dovendo espiare una carcerazione lunghissima era umiliante dover chiedere in continuazione i soldi ai miei famigliari per i miei fabbisogni, e ogni volta mi veniva il mal di pancia. Non potevo cambiare quella condizione e quindi decisi di chiedere il trasferimento in un altro carcere, così dopo pochi mesi sono arrivato a Padova.

Prima di venire in questo istituto avevo seri dubbi che in Italia esistesse un carcere adeguato alla mia condanna.

Qui, finalmente ho avuto la possibilità di avere un lavoro vero e fare un percorso che mi permette di guardare con un po’ di serenità il futuro.

Grazie alla Direzione, e alla Coop “Giotto” che da anni gestisce varie attività presso questo istituto, ho trovato lavoro prima in cucina poi in pasticceria, dove ho imparato tantissime cose di questo bellissimo mestiere. Oggi, dopo quasi 7 anni di questa esperienza, posso dire che ho fatto un percorso vero e spero che possano farlo tantissimi altri detenuti nelle varie carceri Italiane.

In questi ultimi anni ho visto molti detenuti che hanno iniziato a lavorare, persone che magari non avevano mai lavorato in vita loro, ma che piano piano hanno imparato un mestiere e sono cambiate.

Vorrei sottolineare l’importanza di un lavoro vero in carcere, dove si impara anche un mestiere e si mette il detenuto a confronto con il mercato del lavoro esterno.

Sappiamo che in questo periodo di crisi non è facile per nessuno, ma noi chiediamo che si possa dare una maggior attenzione ai problemi delle carceri che in questi ultimi anni si sono aggravati con il sovraffollamento, ed in concomitanza sono arrivati anche i tagli per la gestione ordinaria.

Anche in questo istituto, che è considerato “modello” si sente la mancanza di lavoro perché siamo quasi in 1000, per una struttura che era progettata per 350 detenuti, dove lavoriamo in circa 150.

Speriamo che l’attuale Governo approvi le misure di agevolazione per le aziende che con grande difficoltà e determinazione portano il lavoro in carcere.

L’ultima cosa ma non meno importante, riguarda l’ergastolo. Per questo Ministro le chiediamo un attenzione e un interesse particolare affinché, una volta per tutte, si possa dare un fine pena ad una condanna di fatto interminabile.

 

Grazie

Davor

 Buon giorno a tutti,

Sono Michele e da tre anni lavoro al call center. Voglio innanzitutto ringraziarvi per averci dedicato del tempo, venendo a visitare le strutture penitenziarie Padovane potendo constatare la nostra situazione e visitare le nostre realtà.

Vorrei anche ringraziare tutti gli imprenditori che sono presenti e che già conoscono le nostre realtà lavorative, ma non hanno voluto mancare a questo importante incontro, che ha come tema il lavoro in carcere: li vorrei ringraziare davanti a tutti voi per la scelta  coraggiosa che hanno fatto dislocando parte delle loro lavorazioni qui da noi in carcere.

Parlando di carcere oggi, viene subito da pensare al sovraffollamento, all’amnistia, all’indulto, ai troppi detenuti che potrebbero ottenere dei benefici scontando la loro pena in misure alternative, ai molti istituti con strutture fatiscenti e invivibili a tante altre problematiche che quotidianamente viviamo e tocchiamo con mano, ma oggi non è questo il tema, come non è questa la sede più opportuna, perché non vogliamo che questo incontro si trasformi in un confronto politico o di recriminazione, ma bensì un incontro che faccia capire che è possibile migliorare la vita dei detenuti durante la detenzione.

Io non vengo dal mondo della delinquenza, non posso dire d’essere stato uno stinco di santo, ma la vita che facevo non era indirizzata a farmi finire qui dentro, ero un imprenditore e lavoravo nell’azienda di famiglia, dico questo per farvi capire che non è cosa impossibile finire dietro le sbarre. Il carcere è una realtà molto più vicina di quello che si possa immaginare. Può succedere a chiunque e la mia situazione giudiziaria è un po’ particolare, come ce ne sono molte altre, ma non entro nei particolari perché sto impostando la revisione del processo. Ora, giusta o sbagliata che sia la mia situazione giudiziaria, credo che devo cercare di passare questi sette anni che mi mancano per tornare un uomo libero nel migliore dei modi possibili e stando alla vita che conducevo fuori, il lavoro è ciò che mi tiene in contatto con il mondo esterno, con la realtà che vivevo quotidianamente e che credo mi appartenga.

Dopo quasi quattro anni passati nella casa circondariale di Verona, in pratica ad oziare, visto che la struttura non dava molte opportunità lavorative e scolastiche, sono stato trasferito qui a Padova. Dopo pochi mesi dal mio trasferimento ho avuto la fortuna di far parte della redazione di Ristretti Orizzonti che mi ha permesso di entrare a contatto con persone che venivano da fuori, volontari e visitatori e di partecipare al progetto scuole incontrando varie classi di alunni che venivano in redazione, devo dire che è stata una bella esperienza e mi ha dato molto dal punto di vista del contatto con gli studenti.

Dopo qualche mese ho saputo che al call center cercavano del personale italiano con una conoscenza minima di computer perché iniziava una nuova attività lavorativa, ho fatto il colloquio e mi hanno preso.

Vi posso garantire che, da quando ho avuto la possibilità di essere impegnato nel lavoro, il tempo passa molto più velocemente: esco dalla cella alle 8 per farvi rientro alle 18 e posso dire che nonostante sia detenuto e volendo guardare il bicchiere mezzo pieno, ho trovato una dimensione che mi permette di dare un senso alla detenzione, di essere sempre impegnato sia con la testa che fisicamente, che mi permette di mantenermi durante la detenzione e, perché no, di pagare la stessa senza farmi rincorrere da Equitalia una volta finita la carcerazione.

Devo essere onesto e ammettere che mi sento un previlegiato, perché dobbiamo considerare che in questo istituto che contiene circa 900 detenuti solo poche centinaia di noi lavora e in molti istituti nemmeno quelli. Molti istituti non hanno delle strutture che permettono delle attività come le nostre, poi molti imprenditori non trovano delle motivazioni o dei vantaggi a portare ed investire in attività all’interno di un carcere con tutte le problematiche che comportano certe attività in una struttura carceraria, sta di fatto che noi che lavoriamo siamo previlegiati ed io mi auguro che dopo questo nostro incontro possano nascere delle iniziative atte ad incentivare il lavoro all’interno delle carceri che possano permettere a tutti coloro che lo desiderano, di essere seriamente impegnati dando un senso alla carcerazione che non debba avere solo un compito retributivo, ma che dia la possibilità di dimostrare alla società, che anche un detenuto che non ha mai lavorato qualora gli venga data la possibilità di farlo è in grado di prendere seriamente gli impegni e di portarli a fondo.

Per concludere: l’unica cosa che posso dire e che mi sento di dire è che io, da quando ho iniziato a lavorare, la mia vita detentiva è migliorata e se è accaduto per me, credo possa accadere anche per molti altri che ad oggi non per loro volontà, ma per la mancanza di posti di lavoro sono costretti a rimanere in cella 22 ore su 24.

 

Grazie

Michele

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