STRAGE LIGNANO/ Ecco cosa ci dice la “normalità” del Male

- Giuseppe Frangi

Che abisso tra la normalità, per quanto un po’ bislacca dei due ragazzotti, e quel che hanno fatto la sera del 19 agosto. Ma cos’è il Male? GIUSEPPE FRANGI

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Lisandra Aguila Rico (Foto: Facebook)

La Bottega del gelato è in via Udine 34 a Lignano Sabbiadoro: molte vetrine, tanti tavolini, scritta naturalmente anche in tedesco, “Eis König”. Il negozietto di Paola e Rosetta Borgato è proprio di fronte, in via Udine 43. Una vetrina, una scritta molto più prosaica, “Casalinghi”. Difficile immaginare che a partire da questa strada un po’ assopita dalla calura lo scorso 19 agosto potesse maturare un delitto atroce, di un’atrocità che è assolutamente impossibile mettere in parole. Rosetta e Paolo, tirata giù la saracinesca, venivano qui a spesso a prendere un gelato. Li avevano serviti spesso o Lisandra o il suo fratellastro Laborde Reiver, detto “Reiban” per gli occhiali che portava sempre. Cubani tutt’e due; lei 21 anni, con qualche appesentimento di troppo; lui 24, con una buona fama di ragazzo lavoratore. La gelateria era del patrigno, ma i rapporti non era buoni, così prima dell’estate sia Lisandra che “Reiban” avevano trovato lavoro altrove. Qualche centinaio di metri più in là, sull’altro lato di quella lingua di asfalto e sabbia allungata nel mare che è Lignano Sabbadoro, c’è via Ania. Al numero 2 è la villetta dei vecchi coniugi, che per un’atavica diffidenza contadina non portavano mai i soldi in banca ma li tenevano nascosti in casa. Potrebbe essere questo il movente dell’agguato teso la sera di quel 19 agosto, mentre i due rientravano come ogni sera in bicicletta. Portar via quei soldi per concedersi qualche sfizio. Probabilmente non c’era altro, all’inizio, nella testa di Lisandra e “Reiban”. Poi però succede quel che è un po’ inevitabile che accada a due banditelli dilettanti: cadono in qualche disattenzione e si fanno riconoscere da quei due a cui tante volte avevano servito il gelato. Le cose precipitano, la situazione scappa loro di mano. Ma quali che siano state le paure che possono averli assillati in quel momento, nulla può lontanamente spiegare ciò che è seguito. C’è in quell’istante un salto, un punto di imprevedibile precipizio di follia. Come se il male li avesse inghiottiti, con tutta la sua ferocia e cieca determinazione.

C’è un immenso iato tra la normalità, per quanto un po’ bislacca dei due ragazzotti, e quel che hanno fatto la sera del 19 agosto. E non bastano tutte le piccole ragioni, a partire da quell’ingenuo movente, a spiegare neanche lontanamente quella furia che si è scatenata in loro.

Come detto, quello di Lignano è un delitto che non può trovare parole per essere descritto. Perché la crudeltà con cui è stato portato a termine è inversamente proporzionale alla modestia dell’orizzonte in cui i suoi protagonisti si muovevano; al corto raggio dei loro calcoli. Per dirla in breve, non è accaduto nulla di shakespiriano in quella villetta di via Ania, a Lignano. Non c’era grandi conflitti destinati ad esplodere. C’era solo tanta normalità.

E allora davanti a quel che è accaduto non resta che ricacciare facili giudizi in gola. Ammettere che il male non è solo uno spauracchio morale, non è solo una peculiarità di anime “predisposte” a compiere gesti nel suo segno. Il male è un fattore oggettivo, che cammina nella storia e a volte se ne impossessa. Può accadere su grandi scenari, come abbiamo visto purtroppo tante volte anche nel recente passato. O può accadere molto più modestamente in una località di villeggiatura assopita nella calura di agosto. Questo non vuol suonare assolutamente a discolpa di chi l’ha commesso. Ma vuol suonare a monito di chi è tentato di alzare confini netti e precisi, tra chi è ai bordi del male e chi invece se ne sente immune. E mi viene in mente quel che, come un ritornello, ripeteva mia nonna, con una saggezza umana di cui si sente tanto la mancanza, “prega sempre che il Signore ti tenga una mano sulla testa”.

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