FINE VITA/ D’Agostino: Bellocchio riapre il dibattito, ora lo chiuda il Parlamento

Il Senato è pronto a riprendere l’esame del disegno di legge sul testamento biologico, fermo ormai dallo scorso anno. Commentiamo l’importante decisione con FRANCESCO D’AGOSTINO

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Foto Infophoto

Il Senato è pronto a riprendere l’esame del disegno di legge sul testamento biologico, fermo ormai dallo scorso anno. La Commissione Sanità, in seduta plenaria, ha espresso voto favorevole (14 a favore e 10 contrari) alla ripresa dei lavori sulle “Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, consenso informato e dichiarazioni anticipate di trattamento”(Dat). A favore hanno votato Pdl e Lega Nord, contrari Pd e Idv. Una decisione importante che ovviamente rinfocola la polemica: “Evidentemente la fine della vita per loro è un tema da campagna elettorale”, ha detto il senatore del Partito Democratico Ignazio Marino. La pensa diversamente l’ex sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella (Pdl), secondo cui nel drammatico momento della morte di Eluana Englaro il Senato votò la mozione del Pd che impegnava i parlamentari a realizzare una legge sul fine vita, eppure “il Pd non vuole tenere fede a questo impegno e ogni scusa è buona per rinviare la legge fino ad affossarla”. IlSussidiario.net analizza l’intera vicenda con Francesco D’Agostino, professore di Filosofia del diritto all’Università di Roma Tor Vergata.

Professore, la ripresa del confronto sulla legge che introduce le Dat offre un segnale importante?

C’è un motivo estrinseco per cui l’annunciata ripresa del confronto sulla legge che introduce le Dichiarazioni anticipate di trattamento è importante, vale a dire il film di Marco Bellocchio, “Bella addormentata”. La pellicola è esplicitamente incentrata sulla vicenda di Eluana Englaro ed è stata capace di suscitare un certo dibattito, come anche la modalità della scomparsa del cardinal Martini da molti interpretata come non corrispondente alle indicazioni del disegno di legge Sacconi sul fine vita e che addirittura dovrebbe fornire un’indicazione al Parlamento per un nuovo e diverso impegno legislativo. Qualcuno è arrivato a dire che in Italia sarebbe necessaria una “legge Martini” sul fine vita.

Cosa denota tutto questo?

Senza dubbio una confusione e una carenza di informazione molto gravi. Sorvolando per il momento la vicenda del cardinal Martini, che andrebbe ulteriormente approfondita ma che a mio avviso è stata ampiamente e sgradevolmente strumentalizzata da parte di molti quotidiani e organi di stampa, è opportuno andare al nocciolo del problema.

Quale?

Senza dubbio in Italia è opportuno che venga approvata una legge che formalizzi e che dia il dovuto rilievo a dichiarazioni di fine vita ed è altrettanto giusto che nel nostro Paese alcune condizioni statisticamente rare, ma che colpiscono molto l’opinione pubblica, come quelle degli stati vegetativi persistenti, ricevano una più accurata tutela legislativa.

Il disegno di legge Sacconi si muove in questa direzione?

Sì, perché non è un disegno di legge che proibisce tutto, come molti vorrebbero sostenere, ma ridefinisce ampiamente la situazione bioetica delle situazioni di fine vita: offre il giusto rilievo ai desideri del paziente, quando egli è in grado di comunicarli al medico, e anche alle Dichiarazioni anticipate di trattamento, lasciando però il medico nella responsabilità scientifica ed etica di colui che alla fine è chiamato a prendere le decisioni. A mio avviso, dunque, il disegno di legge permette di fare un sicuro passo avanti rispetto alla situazione normativa attuale.

Quindi è decisamente positivo il fatto che tale proposta di legge sia tornata all’ordine del giorno?

Non solo ritengo che sia ottima cosa, ma anche che il dibattito su questo argomento possa rivelarsi un segno importante per verificare che tipo di possibilità di accordo c’è su temi etici, in un ipotetico nuovo governo nella prossima legislatura, tra rappresentanti di linee politiche diverse.

Come giudica l’ostilità del Pd a riguardo?

Sul tema del fine vita percepisco nel Partito Democratico profonde ambiguità che andrebbero sciolte. Questo perché spesso le posizioni su questo tema dei vari rappresentanti del partito sono o poco coerenti tra di loro oppure appaiono coerenti a partire da una mediocre informazione di tipo bioetico. Per questo è un bene che si attivi finalmente un dibattito parlamentare esplicito, perché l’opinione pubblica possa capire chi vuole qualcosa e come la vuole. Ad esempio, quello fatto sulla rinuncia all’accanimento terapeutico da parte del cardinal Martini, come fosse una scelta innovativa e coraggiosa, è un discorso senza alcun fondamento.

Come mai?

Già Pio XII condannava l’accanimento terapeutico, quindi il fatto che sia ritornato fuori questo tema come se fosse nuovo, lacerante e capace di creare problemi tra cattolici e laici è semplicemente grottesco.

Come giudica l’impostazione bioetica del disegno di legge che stiamo commentando?

Questa legge sicuramente ha un’impostazione bioetica personalistica, che non aderisce quindi a visioni libertarie in merito alla fine della vita umana le quali, anche se non arrivano all’eutanasia, ne costituiscono però la premessa. Le posizioni libertarie a cui faccio riferimento sono quelle che, in modo molto semplicistico, sostengono che l’autodeterminazione del malato deve essere la suprema legge per il medico curante.

Come giudica questa tesi?

E’ un’affermazione grossolana perché, se è vera quando il malato è un paziente giovane, adeguatamente informato e capace di valutare serenamente la propria situazione patologica, diventa invece insensata quando pensiamo a pazienti in tardissima età in stato di confusione mentale, incapaci di acquisire informazioni corrette e la cui volontà può essere facilmente capovolta di ora in ora, a seconda delle persone che si rapportano loro. Ecco perché uno studio leggermente più approfondito di bioetica dovrebbe indurci a capire che la categoria dell’autodeterminazione, fondamentale in altri contesti (come quello elettorale), quando viene trasportata nelle situazioni di fine vita diventa molto ambigua, proprio perché ordinariamente il morente non è in grado di autodeterminarsi. In conclusione, usare l’autodeterminazione come stella polare per un discorso sul fine vita denota o ignoranza bioetica, ipotesi che ritengo più plausibile, oppure rappresenta un modo subdolo per aprire il discorso sull’eutanasia.

 

(Claudio Perlini)  

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