ORA DI RELIGIONE/ Gli errori (e un pregio) della “riforma” Profumo

- Massimo Borghesi

Secondo MASSIMO BORGHESI l’ipotesi di Profumo, oltre a non rientrare nelle prerogative di un tecnico, non contempla le modalità concrete con cui l’ora di religione è stata prevista

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Può sembrare inopportuno che il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo abbia comunicato la sua intenzione di modificare l’ora di religione nelle scuole italiane, venerdì, alla festa di Sinistra ecologia e libertà. E certamente lo è. Non solo la sede conferisce inevitabilmente al suo intervento una patina di demagogia, ma esso appare fuori luogo per almeno due motivi.

Il primo è di forma. Un ministro di un governo “tecnico”, privo di un’investitura popolare, non dovrebbe, per principio, intervenire su tematiche così sensibili. Il secondo è di sostanza. Il ministro nel suo intervento ha affermato: «Credo che l’insegnamento della religione nelle scuole così come è concepito oggi non abbia più molto senso. Nelle nostre classi il numero degli studenti stranieri e, spesso, non di religione cattolica tocca il trenta per cento. Probabilmente quell’ora di religione andrebbe adattata, potrebbe diventare un corso di storia delle religioni o di etica». Ora, a parte la percentuale errata – se fosse vera significherebbe che il numero degli alunni stranieri nella scuola statale, anziché essere 730mila circa, dovrebbero essere intorno a 2,4 milioni! – è la modalità di risposta che non è corretta. Profumo dimentica, e induce a dimenticare, che in Italia l’ora di religione cattolica è facoltativa, frutto di libera scelta. E’ l’unica ora, nell’ordinamento della scuola statale, contrariamente a quello che accade in altri Paesi dove gli studenti hanno possibilità opzionali su discipline diverse, che lo studente può accettare o rifiutare. Come ha affermato su La Stampa l’ex ministro dell’Istruzione Fioroni: «La nostra legislazione è molto avanzata nel recepire la multietnicità e consente già oggi sia di non frequentare la lezione, che di pretendere un insegnamento alternativo. Perciò quello di Profumo è un esercizio lessicale, ma un ministro dovrebbe risolvere i problemi anziché crearli». Infatti «basterebbe dare agli istituti i mezzi per allestire le ore alternative».

Non si tratta, allora, di trasformare l’ora di religione in qualcosa d’altro. Che l’ora di religione cattolica venga mantenuta, finché ci sono studenti che lo chiedono, non è una concessione benigna dello Stato ma un diritto che sorge in relazione alla storia e alla civiltà del nostro Paese. Diversamente non avremmo nemmeno più l’alfabeto per capire Dante, Caravaggio, e i tre quarti del patrimonio artistico e culturale dell’Italia e dell’Europa. 

Detto ciò, per rispondere al ministro, è giusta l’esigenza di allargare il ventaglio dell’offerta a coloro che non desiderano usufruire dell’ora di religione cattolica. Il nodo è: con che cosa? Con l’ora di etica? Più facile a dirsi che a farsi. Quali saranno i contenuti e come dovranno essere impostati i futuri manuali di etica, con quali criteri in un tempo in cui il post-modernismo ha travolto il modello classico di eticità, compreso quello laico di derivazione kantiana?

L’altra opzione è “storia delle religioni”. Interessante, certamente, ma appropriata solo per quegli studenti che, oltre alla curiosità, manifestano un’appartenenza religiosa tenue o addirittura assente. Dubito, infatti, che uno studente musulmano sia interessato a Storia delle religioni anche se in ciò non v’è, evidentemente, nulla di male. Al pari dell’opzione cattolica dovrebbe aprirsi per lui la possibilità di ricevere un insegnamento del Corano e dell’Islam. Anche qui, però, come affermavo in un precedente intervento su IlSussidiario.net allorché il viceministro del governo Berlusconi, Adolfo Urso, aveva proposto di istituire l’ora di religione islamica facoltativa, i problemi non mancano.

L’Islam è notoriamente diviso tra sunniti e sciiti mentre le scuole fondamentali di giurisprudenza sono quattro. Chi deciderà la forma corretta dell’Islam e chi formerà i futuri insegnanti? Per questo non è affatto detto che le autorità islamiche, in Italia, desiderino l’insegnamento della loro religione nella scuola statale. Certo la complessità della materia non può costituire un’obiezione al fatto che, a misura che il problema cresce in relazione alla percentuale degli studenti immigrati o figli di immigrati, si debbano trovare soluzioni. Quello  che si vuol dire è che il tema sollevato dal ministro richiede opportuni approfondimenti, innanzitutto mediante un confronto con le parti interessate, e non può essere certo  risolto affossando quel minimo di libertà di scelta che sussiste nella scuola italiana.



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