J’ACCUSE/ C’è un “patto” tra ambientalisti e lupi contro la montagna

Ci si deve augurare che la questione del ritorno dell’orso e del lupo aiuti il grande pubblico a riscoprire finalmente le alte quote come una risorsa primaria da non sprecare. ROBI RONZA

13.01.2013 - Robi Ronza
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Forse ancora un volta è vero che non tutto il male viene per nuocere. Da un paio d’anni a questa parte si sta verificando un fenomeno che potrebbe far riscoprire la montagna non più come semplice parco giochi e luogo dei sogni degli abitanti delle aree metropolitane bensì come una delle risorse primarie del Paese. Si tratta del preoccupante diffondersi degli orsi e dei lupi al di fuori dei parchi nazionali e dalle altre riserve in cui finora vivevano.

Dalla crisi economica in atto viene la necessità di una più attenta valorizzazione di tutte le risorse disponibili: una necessità che s’intreccia con l’urgenza di un uso più equilibrato e perciò anche più efficace e fertile di tutto il territorio. In tale orizzonte si pone tra l’altro in Italia l’urgenza di una riscoperta della montagna e della collina come luogo di residenza permanente. 

In un Paese come il nostro, montano e collinare per il 72 per cento della sua superficie, la concentrazione nelle pianure e sui litorali della massima parte della popolazione e delle attività economiche è ormai chiaramente insostenibile: la nostra orografia, la nostra economia nel senso più ampio del termine e la nostra dimensione demografica non ce lo consentono. Nel caso ad esempio della Lombardia il 40,5 del territorio è montano, ma in montagna abita e lavora meno del 10 per cento degli abitanti della regione. Si tratta come si vede di uno squilibrio enorme. Non era così nell’epoca pre-industriale, quando il predominare dell’attività agraria favoriva di per sé un insediamento equilibratamente diffuso su tutto il territorio. Divenne inevitabile nell’epoca industriale con i suoi grandi stabilimenti concentrati attorno alle città maggiori, ai grandi nodi ferroviari e ai porti. Non è più sostenibile nell’epoca post-industriale in cui viviamo con la sua crescente necessità di temperare i consumi non necessari e di fare un uso ragionevole sia dell’energia che del territorio. 

Grazie all’economia e alle tecniche dell’epoca post-industriale cominciare a porre rimedio a tale situazione oggi è possibile. Paradossalmente essa rischia invece di incancrenirsi a causa della tendenza – alimentata da un certo paleo-ambientalismo di matrice maltusiana – a favorire se non addirittura a stimolare il rinselvatichimento delle terre alte. In modo sia diretto che indiretto, ossia tramite l’applicazione indiscriminata di modelli legislativi e amministrativi che in montagna hanno un effetto perverso, si spinge all’abbandono dei pascoli e dell’agricoltura di montagna, alla penalizzazione in genere dell’economia delle terre alte fino alla loro restituzione alla selva, agli orsi e ai lupi, e non per modo di dire. A lungo termine la conseguenza di questa politica sarà l’abbandono di fatto delle convalli e delle maggiori quote (salvo isole di turismo sciistico di sempre più onerosa gestione) con tutti i contraccolpi negativi che tanto sul piano socio-economico quanto su quello ambientale la desertificazione di territori antropizzati ab antiquo porta con sé. Di pari passo i principali fondovalle si trasformeranno, come d’altronde spesso sta già accadendo (si vedano ad esempio la bassa Val di Susa e la bassa Valtellina), in congestionate e fragili periferie remote delle aree metropolitane. 

Diversamente infatti da quanto pretende quel vecchio ambientalismo anti-umanista di matrice maltusiana di cui si diceva – in Italia troppo spesso oggetto di un ascolto reverenziale che non merita − le ragioni dell’uomo e quelle dell’ambiente non sono per natura schierate le une contro le altre. Essendo nell’ambiente l’unica presenza consapevole, l’uomo è perciò chiamato ad esserne responsabile. È vero che non sempre è stato ed è all’altezza di tale sua esclusiva responsabilità. Il rimedio a queste sue inadempienze non è tuttavia una sua ulteriore abdicazione, peraltro nei fatti impossibile; insomma una ritirata verso un ruolo passivo che non gli appartiene. Al contrario non può che consistere in un suo sempre maggior impegno a essere presente nella natura con tutte le positive risorse morali, culturali, scientifiche e tecniche di cui dispone in ogni momento dato.  

Fatto molto significativo, almeno sulle Alpi, contro la tendenza di cui si diceva, da qualche anno a questa parte si sta mobilitando una nuova generazione di gente di montagna che non chiede più assistenzialismo bensì muove dal presupposto che le terre alte siano “una risorsa da riscoprire scommettendo sulla capacità di autogoverno di chi vi abita e vi lavora”.

Un frutto molto interessante di questa mobilitazione è il documento programmatico dal titolo “Cinque punti per la riscoperta delle terre alte come risorsa per se stesse e per tutto il Paese”che venne siglato il 16 giugno scorso a Sondrio al termine di un seminario di lavoro promosso dalla rivista Quaderni Valtellinesi, dal blog Ruralpini e dall’associazione Incontri Tramontani. Ecco i cinque punti nella loro versione integrale:

1. In Italia il 72 per cento del territorio è montagna o collina. Le terre alte sono dunque la regola, non l’eccezione. Pertanto riscoprirle come risorsa è conditio sine qua non per la ripresa generale dell’economia e della società del nostro Paese.

2. Per rinascere le terre alte hanno bisogno non di assistenza bensì di ricuperare il diritto alla gestione autonoma delle proprie risorse. 

3.Le prime risorse sono l’identità culturale come patrimonio che ogni generazione deve riconquistare e aggiornare; sono la lingua, la memoria storica; sono l’eredità di esperienze e di valori ricevuti che ogni generazione deve conoscere per poter verificare e accogliere. Pertanto le terre alte hanno più che mai bisogno di autonomia scolastica e di libertà di insegnamento e di educazione.

4. Le terre alte hanno grandi risorse: dall’acqua e quindi alla produzione di energia pulita, al legno, al verde fertile, al paesaggio, alla possibilità di produrre alimenti di alto valore, alla qualità della vita come risorsa innanzitutto per chi vi risiede ma poi anche come servizio ai turisti. Per valorizzarle devono ricuperare la responsabilità e quindi il controllo di tali risorse, che è stato loro progressivamente sottratto.

5 .Per tutto questo le terre alte non hanno bisogno di una legislazione speciale, ovvero di eccezione rispetto a una legislazione “normale” che sarebbe quella ispirata alle “normali” esigenze della pianura e delle aree metropolitane. Hanno piuttosto diritto a una legislazione specifica in ogni campo: da quello delle istituzioni a quello dell’economia e dei servizi. Questo implica in primo luogo una verifica minuta della normativa volta a rilevare tutte quelle prescrizioni tanto legislative quanto amministrative che si risolvono in svantaggi ingiustificati per chi vive e lavora nelle terre alte. 


 

Non c’è spazio qui per commentare in dettaglio ognuno dei cinque punti, ma l’originalità del loro contenuto è evidente.  

Da un paio d’anni a questa parte è poi sopravvenuto – come dicevamo − un caso estremo che potrebbe finalmente portare alla ribalta nazionale la questione della presenza stabile dell’uomo in montagna. Si tratta appunto del preoccupante diffondersi degli orsi e dei lupi al di fuori dei parchi nazionali e dalle altre riserve in cui finora vivevano. Classificati negli ultimi decenni del secolo scorso come “specie a rischio di estinzione” e resi perciò intoccabili a norma di apposite convenzioni internazionali (quella relativa al lupo venne firmata a Berna nel settembre 1979), questi grandi carnivori non corrono più alcun rischio di estinguersi, ma al contrario rischiano di far estinguere la pastorizia e l’alpeggio, e inoltre la vita stessa degli abitati di maggior quota. Ci sono villaggi nelle alte valli cuneesi ove a donne con bambini è già capitato di trovarsi un lupo alla porta di casa. Pochi mesi fa un orso scese a fare una passeggiata in pieno giorno nel centro del borgo di Tirano, in alta Valtellina. La risposta dei difensori dell’impunità del lupo e dell’orso alle proteste dei pastori e degli alpigiani è l’offerta di risarcimenti per i capi perduti e di cani pastori particolarmente addestrati alla difesa del bestiame dai carnivori. La risposta dei pastori  è lo scarico dei resti delle pecore sbranate davanti all’ingresso di uffici pubblici nonché l’invito ai “verdi” ad andare anche loro a passare qualche notte  in baita cullati dall’ululato dei lupi o a uscire al buio per fare in difesa dei greggi operazioni di… dissuasione non-violenta (la caccia al lupo infatti non è  consentita nemmeno per legittima difesa).

Come nella realtà il lupo non è Lupo Alberto, così nella realtà l’orso non è l’orso Yoghi. “Da 10 orsi siamo passati a 45. Sono troppi in un territorio troppo piccolo e densamente abitato. La gente ha paura e la situazione sta diventando insostenibile”: alla fine dello scorso maggio il presidente della Provincia Autonoma di Trento, Lorenzo Dellai, scriveva in questi termini al ministro dell’Ambiente Corrado Clini e al Commissario europeo Janez Potoćnik chiedendo che si trovasse una soluzione definitiva al problema degli orsi nel Trentino. A 16 anni dall’attivazione del progetto “Life ursus” per la reintroduzione dell’orso bruno sulle Alpi centro-orientali, la situazione sta infatti andando fuori controllo. Dellai, riferiva l’agenzia Ansa, ha chiesto ufficialmente di “concordare nuove e più efficaci soluzioni” alla presenza dell’orso nella sua Provincia.“La densità raggiunta nelle aree maggiormente frequentate”, ha osservato il presidente del Trentino, “è di circa 3 esemplari ogni 100 kmq e provoca problemi sempre più importanti alle attività antropiche”. E proseguiva citando casi di “contatti diretti tra orso e uomo” che “accrescono il già elevato livello di allarme sociale”. 

 

Secondo un’indagine demoscopica pubblicata l’anno scorso, dal 2003 al 2011 il “grado di accettazione” degli orsi da parte di gente come quella del Trentino – che li vede non in tv nei cartoni animati ma dal vero sotto casa − è sceso dal 76% al 30%. D’altro canto analoghe reazioni a proposito del ritorno dei grandi carnivori si registrano nelle Alpi francesi, mentre la Svizzera ha già annunciato di voler chiedere modifiche alla convenzione di Berna riguardo al lupo e in Val Poschiavo, nei Grigioni di lingua italiana, è sorto un Comitato anti-orso. L’assurdo è che, trattandosi di questioni oggetto di accordi internazionali, le decisioni in materia sono di competenza esclusiva di Roma, di Bruxelles o di Berna mentre i rappresentanti eletti delle popolazioni direttamente interessate non hanno de jure alcuna voce in capitolo. 

Ci si deve augurare che la questione del ritorno dell’orso e del lupo aiuti il grande pubblico, per definizione cittadino, a riscoprire finalmente le alte quote come una risorsa primaria da non sprecare. E lo aiuti anche a non lasciarsi condizionare al riguardo dall’aura quasi totemica di cui élites secolarizzate urbane ammantano il lupo e l’orso per giustificarne l’intangibilità. A conferma ancora una volta del fatto che, come argutamente osservava Chesterton, chi non crede in Dio non è che non crede a niente. Crede a tutto.

 

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