STATO−MAFIA/ Giovagnoli: il dossier anonimo? Tutti i dubbi su una indagine che non “funziona”

- int. Agostino Giovagnoli

Il pm Antonino Di Matteo ha da poco ricevuto un dossier anonimo di dodici pagine dal contenuto pesantissimo sulla presunta trattativa tra Stato e mafia. Ne parliamo con AGOSTINO GIOVAGNOLI

commemorazionefalconeborsellinoR439
foto:Infophoto

Un autore attendibile, una nuova inchiesta aperta, la storia infinita della trattativa che torna ad arricchirsi. Il pm Antonino Di Matteo, da quattro anni impegnato a chiarire i contorni del presunto accordo tra lo Stato italiano e i vertici di Cosa nostra, ha da poco ricevuto un dossier anonimo di dodici pagine in cui vengono indicati nomi, cognomi, prove, luoghi e circostanze fino ad ora sconosciuti. E’ il quotidiano La Repubblica a parlarne, spiegando che nella lettera in questione, senza mittente, si sostiene che il pool dei magistrati palermitani che si occupano dell’inchiesta sarebbero addirittura spiati e che l’agenda rossa di Borsellino, su cui il giudice era solito annotare tutte le informazioni riguardo le indagini, sarebbe stata rubata da un carabiniere. Nello stesso testo si legge che la mattina del 15 gennaio 1993, poco prima della cattura di Totò Riina, qualcuno entrò nel covo del boss per ripulire l’archivio di ogni prova. “Ogni valutazione dovrebbe essere fatta sapendo esattamente di chi si sta parlando e quali indicazioni vengono fornite nello specifico, mentre del testo pervenuto ancora non ci è stato detto niente – commenta lo storico e politologo Agostino Giovagnoli, contattato da IlSussidiario.net – Detto questo, personalmente l’intera faccenda mi lascia perplesso”.

Come mai?

Innanzitutto, riguardo il testo anonimo di cui si parla in queste ore, in base a quanto viene riferito non si evince alcun elemento di novità. Il fatto che l’autore del documento sia a conoscenza di una serie di circostanze non è di per se particolarmente significativo e anche quanto annunciato riguardo la sparizione dell’agenda rossa di Borsellino, forse trafugata da un carabiniere, non rappresenta niente di nuovo, visto che come sappiamo è già avvenuta un’indagine che si è conclusa con un proscioglimento. Le mie perplessità si spostano poi indietro nel tempo e nascono proprio intorno alla base di questa indagine sulla presunta trattativa che, a mio avviso, è molto discutibile.

Su quali punti in particolare?

I miei dubbi riguardano innanzitutto la presenza di un reato vero e proprio. Gli stessi giudici che hanno aperto l’inchiesta e indagato sulla trattativa riconoscono infatti che in realtà non si configura alcun reato. Dunque mi chiedo: che cos’è questa trattativa tra Stato e mafia? Il fatto che alcune personalità istituzionali o politiche abbiano tenuto conto di un rischio di tipo terroristico è una valutazione su cui ovviamente si può essere d’accordo o meno, ma francamente non vedo quale sia il reato. Credo infatti sia nelle responsabilità di chi occupa certi ruoli valutare un determinato rischio e stiamo parliamo di una stagione di morti, bombe e attentati. C’è poi una seconda perplessità di fondo.

Quale?

Riguarda la competenza. Se effettivamente si tratta di un reato che ha coinvolto dei ministri, perché i giudici di Palermo non hanno rinviato il tutto al tribunale dei ministri e aperto un procedimento contro chi era in carica all’epoca, come Mancino, che avrebbe commesso un qualche reato nell’esercizio delle sue funzioni? Poi, entrando nel merito, un terzo punto riguarda proprio Mancino.

Iscritto nel registro degli indagati della Procura siciliana per il reato di falsa testimonianza…

Esatto, e proprio perché la trattativa in sé non si configura come un reato. Mancino ha solamente detto di non ricordare, cosa non vera secondo i giudici che quindi lo hanno accusato di falsa testimonianza. La vicenda riguarda infatti il suo passaggio al ministero dell’Interno quando il suo predecessore, Vincenzo Scotti, era già andato a quello degli Esteri nella complicata fase di formazione del nuovo governo. Su questo esistono decine di cronache politiche dell’epoca, giornali che concordamente hanno riferito come e perché fosse avvenuto quel passaggio di consegna quanto mai singolare, quindi si tratta di dare un’interpretazione dei fatti già molto conosciuta e acclarata, ma senza motivazioni forti.

Quindi?

Qui nasce l’ennesima particolarità: i giudici si sono difesi da questa critica dicendo che la prova si costruisce nel processo e che quindi i documenti dell’epoca non sono rilevanti, o comunque meno delle testimonianze. Questo va evidentemente contro ogni buon senso, visto che è chiaro che qualunque testimone è soggetto ai limiti della propria memoria, mentre i documenti, fino a prova contraria, sono certamente più attendibili. Insomma, tutte queste ragioni che ho elencato, a mio giudizio molto forti, confermano gli evidenti dubbi che aleggiano intorno a questa vicenda giudiziaria.

Una domanda riguardo la configurazione del reato: come si può non vedere un reato nello scendere a patti con la mafia?

Utilizzando diversi esempi, dopo il rapimento del giudice Giovanni D’Urso (rapito dalle Br il 12 dicembre 1980 e liberato dopo 34 giorni di prigionia, ndr), si entrò in dialogo con una parte dei terroristi. Questo accade molto più di quanto noi immaginiamo, per esempio tutte le volte che volontari, giornalisti e cooperanti vengono rapiti in diverse parti del mondo. Ecco, in tutti questi casi lo Stato entra in qualche modo in contatto con dei terroristi e, probabilmente, paga diversi riscatti per salvare delle vite umane. Certo, possiamo anche discutere su tali scelte, ma credo sia un dovere dello Stato proteggere la vita dei propri cittadini e guai se non lo facesse. Poi, come ho detto, è nell’ambito delle responsabilità di chi ha il potere decidere se compiere questi atti o meno.

 

(Claudio Perlini)        

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori