INDAGINE/ Se il relativismo comincia da uno smartphone

Ieri è stato presentato il rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione, che evidenzia l’aumento dell’uso dei dispositivi per connettersi a Internet. Ce ne parla PAOLA LIBERACE

12.10.2013 - Paola Liberace
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Foto: InfoPhoto

Se il rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione dello scorso anno annunciava l’inizio dell’“era biomediatica”, la notizia di quest’anno è che siamo arrivati al suo cuore. Secondo il nuovo rapporto, l’undicesimo, presentato ieri a Roma, la connettività ormai ci pervade; al punto da provocare una vera e propria “mutazione della specie”. Quella degli italiani è ormai una “digital life”, visto che in ogni suo aspetto – informazione, intrattenimento, utilità, persino la burocrazia – si è insinuata la Rete. Se questo è potuto accadere, è soprattutto merito – o colpa – dei dispositivi mobili connessi, dai cellulari agli smartphone e ai tablet, che ci accompagnano in ogni momento della giornata. Il loro utilizzo è aumentato del 4,5%, che diventa 12,2% quando si restringe il campo ai cellulari di ultima generazione; a possedere questo tipo di telefono è il 39,9% degli italiani, ma la percentuale sale al 66,1% tra gli under 30.

Un dato particolarmente significativo, come ha fatto osservare il direttore generale del Censis Giuseppe Roma, se si pensa che nella stessa fascia di popolazione si concentrano fenomeni come la disoccupazione e la precarietà, apparentemente incompatibili con la fruizione di dispositivi e servizi di fascia alta. Non si tratta tuttavia di recriminare, ma di prendere atto di quella che Roma chiama l’“autoesclusione” dalla vita sociale e civile dei giovani, caratterizzati, per altro verso, dal disimpegno, se non dal qualunquismo, e persino dal parassitismo, anche mediatico: i giovani, sottolinea il presidente Ucsi Andrea Melodia, sono fruitori di contenuti ancora pagati dai vecchi, vale a dire originati e sostenuti dai media tradizionali.

Guardando affiancati i consumi degli over 65 e degli under 30, appare un divario incolmabile: i primi dediti ai quotidiani, i secondi a Internet e ai social network. Due mondi apparentemente inconciliabili, ma che si ritrovano nella comune fruizione della Tv, l’unico mezzo intramontabile: guardata dal 97,4% della popolazione e utilizzata come canale preferenziale per l’informazione dall’86,4%.

Nel caso dei più giovani, tuttavia, ai telegiornali si affiancano quasi a pari merito Facebook, Google e YouTube: Internet per informarsi, dunque, malgrado anche la Rete sia coinvolta dai dubbi sull’attendibilità delle notizie – anche tra i giovani. Non a caso, il web figura tra gli ultimi posti nel sondaggio sui mezzi utilizzati per acquisire informazioni finalizzate alla scelta elettorale. Come dire: a dispetto di taluni proclami, Internet e il “popolo della Rete” non bastano affatto a far vincere le elezioni. Basti pensare che l’utilizzo di Internet per partecipare alla vita civile e politica della città figura in fondo alla lista dei possibili impieghi; lista che contempla l’acquisizione di informazioni su aziende, prodotti, servizi, la guida stradale, lo svolgimento di operazioni bancarie, e ancora acquisti, telefonate, fruizione di film, ricerche di lavoro, prenotazione di viaggi, disbrigo di pratiche e persino prenotazioni di visite mediche.

Tutti connessi, sempre connessi, ma scollegati gli uni dagli altri, e dalla società civile. Il rapporto restituisce la poco consolante immagine di giovani ipertecnologici, ridotti alla solitaria contemplazione di se stessi. Tanta connettività, ha affermato Giuseppe De Rita, non fa tessuto connettivo: quel che manca è una vera comunicazione, un dialogo come quello che, malgrado tutto, sopravvive in realtà come quella delle piccole e medie imprese.

Dal punto di vista sociale, dilaga l’individualismo, che impedisce la formazione di un terreno comune dal quale ripartire: che sia un terreno di amicizia, di impegno, di produttività. Da qui anzitutto nasce il relativismo, la vittoria della “dimensione molecolare”: e per questo, afferma De Rita, l’approccio “relativista” di papa Francesco, da tanti criticato, può essere letto come un tentativo di stimolare un cambiamento a partire dal livello micro, sposando questa parcellizzazione e anzi ripartendo da essa. Perché da qualche parte, questo è certo, bisogna pur ripartire. 

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