IL FOGLIO vs PAPA/ Magatti: quella cattiva tentazione di separare carne e spirito

“Il Foglio” di Giuliano Ferrara ha lanciato una campagna di stampa astiosamente critica nei confronti di papa Francesco. Perché? Il commento di MAURO MAGATTI

15.10.2013 - Mauro Magatti
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Papa Francesco (Infophoto)

Se la Chiesa cattolica ha attraversato duemila anni di storia, superando momenti storicamente drammatici senza mai rimanere imprigionata nei limiti umani dei suoi membri e, spesso, anche dei suoi capi – a partire da S. Pietro – una ragione ci sarà. Ma, soprattutto, è questa consapevolezza – che non solleva nessuno dalle proprie responsabilità – che permette ai credenti di esprimere giudizi fiduciosi, quand’anche critici, nei confronti della loro stessa chiesa. La  quale avanza faticosamente nella storia consapevole di essere il tramite di un tesoro prezioso, pur senza avere in tasca la soluzione per ogni questione interna ed esterna.

Si può dunque tranquillamente esprimere la propria valutazione  attorno a quello che la Chiesa fa o non fa. Così come è normale che, nei suoi limiti, un Papa possa trovare più sintonia con alcune sensibilità piuttosto che con altre, all’interno e fuori dalla Chiesa. La discussione, il dialogo, quando sono costruttivi e animati da una ricerca sincera,  non possono che fare bene. 

Altra cosa quando, da questo piano, si passa alla denigrazione sistematica o ad accuse palesemente esorbitanti. Uno slittamento di piano che, nella storia, si è ripetuto molte volte, soprattutto da chi, per ragioni politiche o intellettuali, ha considerato la Chiesa uno strumento per fini del tutto estrinseci alla sua natura.

Per la rilevanza che ha avuto nel dibattito pubblico italiano anche in un recente passato, non si può allora tacere della decisione de Il Foglio, sotto la guida del suo direttore, di lanciare una campagna di stampa – cioè una raffica di articoli – astiosamente critici nei confronti di papa Francesco. 

La tesi di fondo è che Francesco stia “tradendo” la missione della Chiesa. Tale affermazione si basa su una ricostruzione storica: dal 1979, da quando cioè Wojtyla sali  al soglio pontificio, la Chiesa si è coraggiosamente e meritoriamente lanciata in una battaglia contro le derive culturali più distruttive del nostro tempo, che rischiano di far morire non solo la Chiesa ma lo stesso Occidente.  Dopo aver piegato l’eresia comunista, non sazio di questo straordinario risultato storico, il pugnace papa polacco si è poi scagliato contro il decadente individualismo occidentale – sostenuto da tutta l’intellettualità cortigiana contemporanea. E dopo di lui, ecco Ratzinger che ha sfidato la cultura post-moderna del pensiero debole nel nome di una ragione che è il fondamento della stessa teologia cristiana. Malauguratamente, dopo decenni tanto valorosi, ecco giungere il flaccido gesuita che, con generiche evocazioni misticheggianti, sbracherebbe di fronte ad una modernità esangue, concedendo interviste  del tutto improprie – dove fa dichiarazioni dubbie del punto di vista dell’ortodossia (!?) – persino al fondatore di un giornale come La Repubblica, megafono di quanto di peggio oggi c’è in Occidente. Amen. 

Oltre a mancare del tutto il senso delle proporzioni − per cui Francesco starebbe tradendo la Chiesa e conducendola alla sua disfatta − questa tesi è improponibile sullo stesso terreno sul quale pretenderebbe di porsi. E cioè l’analisi storico-critica del tempo che viviamo.

Tra  Ratzinger e Bergoglio ci sono certamente tante differenze. Vogliamo dire discontinuità? Sì certo, umane prima di tutto. Ma tra i due − che continuano a vedersi e a parlarsi − c’è una sostanziale continuità a partire dal fatto che Francesco diventa inaspettatamente Papa dopo la drammatica − ma ben meditata − decisione di Benedetto XVI di ritirarsi. Cosa significa ciò?

Significa che Bergoglio ha la responsabilità di raccogliere il testimone che Ratzinger consapevolmente ha capito di dover passare. 

Proprio perché il suo magistero è stato così elevato dal punto di vista culturale − tanto che suoi frutti matureranno solo col tempo − Benedetto si è reso conto che era necessario associare, al suo potente sforzo intellettuale, la dimensione più concreta della testimonianza. Come egli stesso ha più volte ripetuto. Senza sapere chi e come avrebbe potuto raccogliere questa delicata eredità.

Bergoglio, fin dalla scelta del nome, ha cominciato a corrispondere, con l’originalità della sua persona, a quanto indicato dallo stesso Ratzinger.

L’esigenza della testimonianza si pone ad un duplice livello.

Il  primo è quello ecclesiale. In tema di fede nessuna parola può essere sufficiente per l’uomo contemporaneo (ma non solo) senza la sua incarnazione. E questo vale prima di tutto per la Chiesa che annuncia non se stessa ma il Vangelo. Francesco ha ricevuto il compito di sanare le piaghe della Chiesa, a partire dalla curia romana. Quella curia che tanto male ha fatto al pontificato di Ratzinger. Si può discutere delle scelte di Francesco. Ma non sul fatto che egli non stia dando seguito al mandato ricevuto da Benedetto XVI.

Ma c’è di più. Con uno sgradevole sarcasmo, la polemica si attesta sull’immagine usata dal Papa nell’intervista a Civiltà Cattolica, quando parla di una Chiesa come di “un ospedale da campo”. E giù a dire che la scelta preferenziale per i poveri era proprio quello che la modernità malata di oggi più gradisce perché in questo modo ha di nuovo campo libero per il proprio strapotere. Ma, viene da chiedersi, si è capito di cosa si sta parlando?  

È qui, infatti, il secondo livello su cui si pone la sfida della testimonianza. Che cosa deve testimoniare la Chiesa oggi? Di una salvezza che questo mondo − con tutta la sua protervia tecnocratica e la sua gaudente leggerezza soggettivistica − non può dare. E che non la possa dare nemmeno dal punto di vista storico si è incaricata la crisi di mostrarlo. 

Francesco è, da questo punto di vista, un papa “storico” tanto quanto i suoi predecessori (compresi Paolo VI, Giovanni XXIII…). Perché, potremmo dire, egli è il papa della “globalizzazione ferita” non solo per le divisioni tra le diversi parti del mondo, ma anche per le palesi contraddizioni umane e sistemiche che  tale processo − culmine di quella post-modernità irrazionalistica che tanto infastidisce Il Foglio − lascia sul campo. 

Oggi, a cinque anni dall’inizio di una crisi storica, non siamo più nella fase della globalizzazione trionfante. Oggi l’iper-modernità (che è solo l’altra faccia della post-modernità) è costretta a misurarsi con i suoi stessi fallimenti. Francesco questo lo sa. E proprio per questo sa che c’è bisogno di qualcuno che si fermi a sanare le ferite materiali e spirituali di una concezione antropologica  scriteriata, testimoniando all’uomo disorientato di oggi la possibilità concreta di una salvezza diversa.

Ecco la Chiesa di Francesco, figlia di quella di Benedetto.

Perché nella storia della Chiesa una cosa è sempre stata chiara: che fede e ragione, umiltà e gloria,  carne e spirito non si possono mai separare. Se qualcuno aveva pensato il contrario, non possiamo che rammaricarcene.

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