PAPA/ Assisi, le parole semplici di Francesco e il nostro cuore vecchio

- Luca Doninelli

Ieri ad Assisi papa Francesco ha visitato i luoghi del Santo che porta il suo nome. Ha detto parole semplici. Apparentemente non nuove, perché il nostro cuore è vecchio. LUCA DONINELLI

Francesco_Papa_SediaR439
Immagine di archivio

È avvenuto nel giorno di San Francesco d’Assisi. Mentre a Lampedusa si moltiplicavano le bare senza nome di donne e uomini che avevano cercato la libertà ad ogni costo, pronipoti di donne e uomini che Francesco aveva così amato da raggiungerli sull’altra sponda del Mediterraneo, sfidando la tempesta; e mentre la parola “vergogna”, gridata ieri dal Papa risuonava tra i muri insonorizzati di questa Europa votata al denaro e ancora titolare di un assurdo Premio Nobel per la Pace; ieri ad Assisi lo stesso Papa visitava i luoghi del Santo che porta il suo nome e pronunciava parole che a tutti, ai semplici e forse anche ai complicati (o a qualcuno di loro), spalancavano l’abisso che questo nome, Francesco, porta dentro di sé.

Ha cominciato dai disabili gravi dell’Istituto Seraphicum, non innanzitutto per loro, ma (ne sono certo) per sé stesso, perché loro sono i più vicini a Dio. Ha letto la lettera di un giovane argentino che versa nelle loro condizioni, commuovendosi davanti a una preferenza che Dio ha accordato a quel ragazzo nel modo per noi più incomprensibile. Un giorno tutti, io spero, potremo guardare a ogni persona secondo l’angolatura della particolare preferenza che Dio ha avuto per essa. Ma già oggi esistono delle luci: esse ci vengono dai santi, ma anche dai piccoli, dai miseri, dai piagati, da quel mondo che porta, come ha detto Francesco, le piaghe di Cristo.

Poi, nell’omelia della messa, non ha potuto non tornare allo strazio di quei morti, a Lampedusa. “Tutti voi” ha detto, rivolto a loro, ai poveri protagonisti di questa tragedia “siete stati spogliati da questo mondo selvaggio che non dà lavoro, che non aiuta, a cui non importa se ci sono bambini che muoiono di fame nel mondo, non importa se tante famiglie non hanno da mangiare, non hanno la dignità di portare pane a casa. Non importa che tanta gente debba fuggire dalla schiavitù, dalla fame e fuggire cercando la libertà. E con quanto dolore tante volte vediamo che trovano la morte, come e successo ieri a Lampedusa. Ma oggi è un giorno di pianto”.

Anche il breve discorso tenuto nella cattedrale di Assisi, dietro una siepe di smartphone e di iPad assetati di immagini – segno di una dolorosa difficoltà, che è di noi tutti, a fissare nel profondo di sé l’immagine di un volto che ci viene incontro, una difficoltà che ci obbliga a tramutare il presente in un interminabile album-ricordo – colpisce per la sua semplicità. 

Francesco loda i consigli pastorali, descrive efficacemente il senso dell’opera di un vescovo, bacchetta allegramente le omelie troppo lunghe e complicate dei preti, loda la comunione tra prete e parrocchiani (quando i preti conoscevano uno per uno perfino i cani dei loro parrocchiani), esorta gli sposi a litigare fino al lancio dei piatti, ma poi a cercare la pace prima che finisca il giorno. 

Dino Boffo, il direttore di Tv2000, grazie alla quale ho potuto seguire gran parte della visita di Papa Francesco ad Assisi, a commento di quest’ultimo discorso “normale” dice che in esso non ci sono novità (come forse ci sarebbero state se a pronunciarlo fosse stato Benedetto XVI). E penso tra me: che croce, questo obbligo al commento. Boffo, io, tanti altri. Costretti a commentare. Ma cosa c’è da commentare, con questo Papa? Quello che lui porta non è sé stesso. “La Chiesa non si costruisce per proselitismo, ma per attrattiva”. E l’attrattiva a chi appartiene? 

Questa è la novità! Qual è la novità per chi sta morendo di sete? L’acqua è la novità! Chi finalmente può allungare la mano verso quel bicchiere fresco non si chiede se in quell’acqua ci sia o meno una novità, se è acqua di un tipo speciale, ricca o povera di sodio, minerale o oligominerale: la novità è l’acqua. Allo stesso modo per chi cerca un senso per la propria vita, che faccia battere il suo cuore e lo spalanchi a tutto il mondo, non occorre questo o quel particolare indirizzo teologico: occorre solo Cristo, la Sua presenza. E occorrono uomini portatori non di concetti nuovi, ma della sola novità che conti. Come dice una bella canzone americana: Give me Jesus.  

Non mi sono mai domandato se io la penso o meno come Papa Francesco. So soltanto che lui mi aiuta a vivere con forza, senza adagiarmi su nulla, la fede che ho ricevuto da mio nonno e da don Giussani.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori