9 OTTOBRE 1963/ Il superstite: vi racconto il mio Vajont

- La Redazione

ITALO FILIPPIN, originario di Erto (Pordenone), è del 1944. Aveva 19 anni quando l’onda del Vajont, il 9 ottobre 1963, portò via metà del suo paese, Erto, e distrusse Longarone

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La diga del Vajont (Immagine d'archivio)

Italo Filippin, originario di Erto, è del 1944. Aveva 19 anni quando l’onda del Vajont, sollevata da 260 milioni di metri cubi di roccia precipitati nell’invaso che non doveva esserci, si abbatté sulle case della valle. I suoi ricordi di quel 9 ottobre 1963 sono perfettamente nitidi. “Erto si si salvò perché l’ondata che distrusse la valle andò contro un costone di roccia” racconta oggi Filippin a ilsussidiario.net. Da pochi anni è in pensione e fa la guida. Spiega il Vajont a chi vuole sentirsi raccontare dalla voce di un testimone una delle pagine più brutte e drammatiche dell’Italia del dopoguerra. “Ricordo come fosse ora le urla di chi era sopravvissuto. Su quel costone che fece da scudo alle nostre case c’era una borgata, fu spazzata via insieme a tutti i suoi abitanti insieme ad altre sei borgate che si affacciavano sul lago. Erto e Casso ebbero circa 220 morti”.

Vada avanti, Filippin.
Tutto accadde in un lampo. La caduta della montagna, la fuoriuscita dell’acqua, l’onda distruttiva, tutto è avvenuto nel tempo di tre-quattro minuti. Era notte. Chi non dormiva ebbe a malapena il tempo di capire quello che stava succedendo. O eri vivo, o eri già morto.

Cosa faceste?
La gente sapeva che il pericolo veniva dall’acqua, dal lago artificiale. Cercammo di fuggire verso l’alto, verso la montagna. Ricordo una fuga disordinata, le urla… Qualcuno prese l’iniziativa di accendere dei fuochi, attorno ai quali i supersititi cominciarono a raccogliersi e a contarsi. Si sentivano i richiami di altri gruppi di dispersi, alcuni provenivano dall’altra sponda. Quando arrivò l’alba sembrava di essere da un’altra parte, non si riconosceva più la valle. Molte borgate erano state letteralmente spazzate via, non c’era più nulla. Il livello del lago, riempito dalla montagna, si era alzato di quasi 20 metri se non ricordo male. Sulla superficie galleggiava di tutto, cadaveri, macerie, masserizie, suppellettili.

Voi della valle la diga la volevate o no?
La Sade (Società Adriatica di Elettricità, proprietaria della diga, ndr) dava informazioni mistificatorie e false. Quando si presentarono in valle cominciarono a fare promesse: il lago vi darà lavoro, cambierà in meglio la situazione, avrete il turismo. Qualcuno ci credette. Il rovescio della medaglia è che per riempire d’acqua la valle fecero un sacco di espropri, ma a chi dovette andarsene non diedero una lira. Nella zona di fondovalle, dove i terreni erano migliori, c’erano coltivazioni, case, stalle, segherie. 60 famiglie dovettero andarsene perdendo tutto. 

La costruzione della diga non diede lavoro?
Sì, molti lavorarono al cantiere, ma questo non compensò il danno di quello che andava perduto. Bisognava considerare che i lavori sarebbero durati pochissimo, e così fu: nel giro di tre anni la diga fu messa in piedi. Chi vi aveva lavorato si sarebbe trovato di nuovo disoccupato. 

Gian Vito Graziano, presidente dei geologi italiani, il 6 ottobre scorso a Longarone ha detto che il Vajont fu “un errore di valutazione di uomini di scienza e uomini dello Stato”. I vostri vecchi però avevano avuto dubbi da sempre.

Certo. Ma finimmo nelle mani di sedicenti esperti che davano le più ampie rassicurazioni. Anche le nostre autorità locali erano preoccupate, ma la risposta era sempre la stessa: state tranquilli, siete in buone mani, ci pensiamo noi, abbiamo i tecnici migliori al mondo, eccetera eccetera. La realtà era che la montagna si stava già muovendo, la gente era terrorizzata. Andarono avanti comunque.

Che indizi avevate?
Nella montagna si erano aperte delle faglie impressionanti, si potevano vedere da chilometri di distanza. Certo bisognava avere occhi per vedere. Le costruzioni che erano sul posto si crepavano e si spaccavano, i movimenti della montagna provocavano terremoti che si sentivano a largo raggio. Tuttoe cose perfettamente registrate e documentate. Ma nascosero tutto e con la complicità di chi doveva controllare e le autorizzazioni che non dovevano essere date, si andò avanti.

A chi si riferisce? 
Alla Sade, all’Enel che gestiva l’impianto al momento del disastro, e allo Stato, che ha dato le autorizzazioni e non ha vigliato. Il processo ha certificato tutto questo in via definitiva: la sentenza parla di omicidio plurimo con l’aggravante della premeditazione. Vuol dire che sapevano tutto, che il disastro è stato voluto e programmato. Sapere che tra i condannati c’è lo Stato è una cosa che non ci ha mai dato pace. Personalmente l’unico alibi che posso concedere ai criminali, perché di questo si tratta, è che forse l’evento è stato talmente repentino e grande da andare al di là delle loro previsioni. Le loro simulazioni davano a rischio di morte centinaia di persone, forse per quegli uomini erano poche.

Questa tragedia come ha cambiato la vostra vita?
Le rispondo con una frase che sento spesso dai miei compaesani: le cose peggiori le abbiamo viste e vissute dopo. Il Vajont è stato esemplare e ha fatto scuola: il malfunzionamento della giustizia, le lungaggini, le difficoltà dei sopravvissuti. Noi volevamo giustizia e verità, e questo ci è costato anni e anni di scacrifici e di costi.

Parla della ricostruzione?
Sì. Delle centinaia se non migliaia di miliardi di lire spesi sui territori interessati, oggetto di incredibili ladrocini e speculazioni. Come si è visto già in altri casi di terremoti e alluvioni, arrivano sul territorio uomini senza scrupoli che cercano di fare i loro sporchi affari sulla pelle di chi è stato colpito. E io devo purtroppo dire, anche per aver partecipato alla ricostruzione, che quella legge − la 357 del 1964 − è stata scritta ad arte per favorire questi affari. 

Allude ai risarcimenti?
Ai risarcimenti, alla ricostruzione delle zone industriali, artigianali e via di seguito. I soldi del Vajont sono andati a finire in certe banche svizzere, e non solo.

Perché, con quello che è successo, siete rimasti?
E dove dovevamo andare? La nostra economia era basata sulla terra. Vivevamo sulla terra e della terra. Andarcene dove, a spese di chi?

Di quella immane tragedia oggi, a parte il corpo di frana, è rimasto il simbolo, una diga intatta alta 270 metri.

La diga non è minimamente implicata nel disastro, anzi è un’opera perfetta sotto il profilo ingegneristico. Il punto è un altro, è che questa valle non doveva essere riempita d’acqua. Sì, è vero, è un simbolo. Ormai è diventato un luogo della memoria, come i campi di concentramento in Germania, dove sono avvenuti dei fatti che rappresentano il peggio dell’umanità. Al Vajont arrivano 150mila visitatori l’anno. La gente viene perché vuole vedere.

E lei, nella gente, che cosa vede?
La prima cosa è l’incredulità. E poi quando conoscono la verità e le testimonianze si indignano per quello che l’uomo è capace di fare.

Sono arrivate le scuse dello Stato. Lei le accetta?
Sì, anche se ancora non sono arrivate in maniera formale, e soprattutto non sono arrivate dal vero rappresentante dello Stato che è il presidente della Repubblica. Ne parlavo l’altro giorno col sindaco di Longarone: speriamo ancora che Napolitano venga e parli.

Questi 50 anni sono serviti alla verità o no?
Sì, l’hanno aiutata. Il Vajont ha questo di particolare, che riserva sorprese continue. Anche negli ultimi tempi. Ho sentito personalmente l’allora giudice istruttore Mario Fabbri dire che quando interrogò i vertici dell’Enel, questi gli misero sul banco i dieci miliardi che avevano a disposizione. 

A Voi oggi che cosa interessa?
Perpetuare questa memoria alle generazioni future. Dobbiamo essere capaci di dare informazioni giuste, migliori, opportune. Oltre che imparare a prevenire quello che può succedere sul territorio.

L’uomo ha creduto di essere padrone della terra?
Non è questo… la vera ragione di quel disastro è stata l’avidità di persone senza scrupoli.

(Federico Ferraù)

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