ISLAM/ Treviso e Livorno, la trappola (italiana) delle “lezioni di cultura araba”

- Souad Sbai

Mettete insieme un consigliere marocchino di Sel, Said Chaibi, un senegalese renziano, Embaye Diop, e un corso di “cultura araba”. Così i fondamentalisti si fanni spazio. SOUAD SBAI

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Mettete insieme un consigliere marocchino di Sel, Said Chaibi, e un senegalese renziano, Embaye Diop, e la polemica è servita. Treviso e Livorno sotto l’egida dell’islam.

Imparare la cultura araba in Italia non è mai stato così facile. “Verranno indottrinati alla nuova cultura dominante. Verrà loro insegnato il Corano, che il maiale è un animale impuro, e alle bambine impartite lezioni sul ruolo della donna nella società islamica, comprese prove di burqa“, così Chaibi presenta i nuovi corsi di lingua araba rivolti ai bambini italiani.

Segno di una società che cambia? Piuttosto, una falsa apertura modernista che mira a conservare la cultura tradizionalista islamica.

La cosa che più stupisce è che la proposta arrivi da un figlio di immigrati, di seconda generazione dunque, di origine marocchine, sintomo evidente del fallimento del multiculturalismo. La sfida per costruire integrazione e coesione sociale si interrompe qui, dove l’islam politico radicale compie la sua avanzata silenziosa.

Capita poi che queste lezioni vengano promosse, come nel caso delle materne al “Verga” di Milano, da volantini in un arabo incomprensibile, sgrammaticato, carente nella sintassi, che di certo non qualifica chi dovrebbe insegnarlo ma evidentemente alimenta le preoccupazioni dei musulmani moderati sull’autenticità del messaggio e, soprattutto, fa sorgere dei dubbi sull’utilità didattica dello studio della lingua araba per ragazzi in tenera età.

Inoltre, stranamente, nella traduzione italiana dello stampato, non si fa alcun riferimento esplicito allo studio del Corano, che invece compare chiaramente nella versione araba.

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Sarebbe utile sapere innanzitutto quale interpretazione della religione islamica prevalga in queste lezioni e in base a quali criteri siano stati scelti questi pseudo docenti che, presumibilmente, vengono dall’Africa e non conoscono nulla della cultura arabo-islamica.

Nel mondo arabo la religione viene insegnata ai bambini nelle moschee, diffusa nei gruppi di fedeli, nei sermoni delle preghiere del venerdì. Il risultato è la violenza e l’oscurantismo dei conservatori militanti nei confronti dei paesi occidentali. Banalizzare il problema facendo apparire come vittime i musulmani integralisti significa ignorare, colpevolmente, i gravi problemi sociali di cui soffrono i figli e le figlie della diaspora musulmana, la cui emergenza è connessa alle correnti del pensiero islamista, dalla fratellanza musulmana, alla jihad, al salafismo.

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La preoccupazione non si limita all’apprendimento delle lingue, poiché l’arabo potrebbe effettivamente rappresentare un’opportunità lavorativa significativa, ma in un paese dove c’è una carenza nei confronti degli altri idiomi, si impone una riflessione.

Ascoltando le istanze della comunità marocchina moderata, e dello stesso governo di Rabat che, dopo avere investito in alfabetizzazione per arginare il pericolo del fondamentalismo più cieco, rischia il paradosso di vedersi tornare indietro dall’Occidente quello stesso radicalismo cha ha tanto combattuto, frequentare fantomatici corsi di cultura araba, specie in questo periodo di fermenti terroristici, è surreale.

Il proselitismo dei fratelli musulmani avanza in modo quasi sfacciato. Fino a coinvolgere una scuola pubblica e senza suscitare sdegno alcuno.

Nessuna obiezione è stata mossa verso le battaglie condotte contro i più comuni simboli religiosi, come il crocefisso, il presepe  e nessuno si è scandalizzato. Tutto si è consumato in un silenzio assordante, forse generato dal timore di essere tacciati di razzismo o di islamofobia.

La Consulta istituita dall’allora ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, per favorire il dialogo tra lo Stato e la comunità italiana islamica, stava facendo un ottimo lavoro nel tentativo di contrastare l’estremismo dilagante. E sicuramente avrebbe potuto circoscrivere questa vergogna che oggi invece sta iniziando la sua colonizzazione dal nordest dell’Italia.

L’assenza di un organismo di vigilanza ha invece prodotto una mancanza di regole ed un vuoto  legislativo che rivela la volontà di continuare a rimandare all’infinito la questione generando una grande confusione.

Non è un  caso che in Italia, così come in Norvegia, l’Inghilterra e in generale tutti i paesi nordici, che storicamente hanno un’esperienza democratica molto forte, si consumino veri e propri colpi di stato da parte dei fondamentalisti. Un falso buonismo che provoca un vuoto nella cultura legittimando l’utilizzo che fanno le altre religioni di quel vuoto.

In poco tempo, un ventenne genovese si è fatto uccidere in nome del jihadismo in Siria, figuriamoci cosa può succedere ad un bambino che, senza controllo, anziché integrarsi imparando la cultura italiana, assimili i principi dell’integralismo estremista radicale.

Tutta la fatica dei musulmani moderati compiuta per deviare l’asse del radicalismo e rendere più giusta la società civile sarà stata vana se oggi lo stato, con l’avallo degli estremisti, torna a spostare quell’asse. Per scongiurare il pericolo di una xenofobia generalizzata basterebbero regole da seguire. Se solo ci fossero.

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