IL CASO/ Rose Busingye: manca un adulto “vero” alle ragazze-doccia e ai Paolini-Boys

- Rose Busingye

Le cronache continuano a parlare delle giovani prostitute, mentre l’inchiesta va avanti. Alla radice, secondo ROSE BUSINGYE, c’è una grave crisi educativa, che rinuncia al mistero della vita

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foto:Infophoto
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Caro direttore,
che colpo aver saputo di quelle minorenni romane scoperte a vendere i loro corpi in cambio di soldi e droga. O anche di quei ragazzi che si prostituivano con quel personaggio noto per le sue birichinate in tv. Io, però, non darei la colpa a quei ragazzi. La darei piuttosto ai loro educatori. In casi come questi, infatti, quella che viene messa fortemente in crisi è l’educazione, sono gli educatori. Cominciando dai genitori, passando per la scuola, dagli adulti in genere, per finire alla mentalità che ci circonda. Quella da cui attingono anche quei ragazzi, che è tutto ciò che li educa. 

L’ambiente che ci circonda infatti è lo strumento che ci educa a capire che cosa siamo. Oggi invece tra gli educatori c’è una grande ignoranza, una grande difficoltà a capire cosa c’è in gioco nella vita. È l’educatore che aiuta il giovane a capire cos’è la vita. Per questo dico che quelli che sono in crisi, oggi, sono gli educatori. Se un ragazzo capisce che la vita ha un valore, non la spreca; se uno crede invece di non aver alcun valore, tratta se stesso come una cosa che può usare, che può buttare. 

Ciò che manca oggi è proprio l’educazione. Perfino in Africa quello che manca non è anzitutto il pane, ma educatori, persone che aiutino a capire cos’è la vita, qual è il valore della vita. È così grande l’ignoranza tra gli educatori che mette paura. Perché questa ignoranza distrugge la vita. Quello che manca è sapere che cosa costruisce la vita, cioè qual è il significato della vita. Ma se non conosco la mia vita, non posso conoscere nemmeno la vita dell’altro. Se non so il valore di una pianta, non posso proteggerla; se non so qual è il mio valore, non posso sapere che la pianta ha un valore e mi serve, è utile. 

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Quello che mi ha sempre interessato è che qualcuno mi spiegasse il significato delle cose, che cos’è la realtà e chi sono io. Questa è la cosa più urgente, specialmente per i giovani. Che però si scontra contro l’ignoranza degli educatori, di chi dovrebbe aiutarli a fare questa scoperta. Non ci si può scandalizzare per il fatto che quelle ragazze vendono i loro corpi: non sanno neanche cos’è il loro corpo! Devono capire cos’è la vita nella sua interezza. Altrimenti trattano il loro corpo come una palla da gioco. 

Anche i miei ragazzi avevano cominciato a giocare con la vita, prima con l’alcool poi con la droga. Ma da quando hanno capito qual è il significato della loro vita, che la vita ha un valore, la difendono e difendono anche quella dei loro amici. 

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Tempo fa venne da me un ragazzino cui avevano ucciso i genitori, decapitandoli davanti ai suoi occhi. Aveva 10-11 anni. Mi disse: “mandami a scuola, imparerò ad ammazzarne il doppio”. Non c’erano molti discorsi da fare di fronte a un dramma del genere. Così l’ho mandato a scuola. Dopo due anni è tornato da me con un disegno e mi ha detto: “quando sarò grande ti comprerò un motorino e un grande casco perché tu non ti rompa la testa, e poi voglio costruire una casa per quelli come me”. Adesso quel ragazzo va all’università. Cos’è cambiato? Credo abbia sperimentato di essere guardato in modo diverso. 

Non ci rendiamo conto che l’educazione avviene spesso per osmosi, attraverso il modo con cui uno è guardato. Così il punto di riferimento che mancava a quel ragazzino è diventato la sua consistenza, quel ragazzino ha trovato la sua identità. Senza che nessuno gliel’abbia imposto. Chi educa deve dire all’altro: vieni con me, io sto andando verso una verità che non sono io, sto seguendo qualcuno. Allora uno diventa compagno di un cammino che si fa assieme, senza distinzione tra superiore e sottoposto. Un cammino in cui ci si corregge anche. Tante volte invece chi educa ha la pretesa di dire: “segui me”. Nell’educazione uno invece scopre di appartenere originalmente. 

È provato anche dalla scienza: c’è una parte del cervello che non si sviluppa, neuroni che altrimenti non si collegano se uno non riconosce di appartenere. Se non hai qualcosa da cui dipendere il tuo io è come un’automobile che sbanda. E se uno non si cura, la situazione può diventare drammatica.

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