SPILLO/ La crisi ci fa mangiar di meno? Per favore, non diteci che siamo migliori

- Maddalena Bertolini

Il fatto che le famiglie italiane debbano ridurre le spese alimentari per far quadrare i bilanci non ha di per sé un risvolto positivo o educativo. MADDALENA BERTOLINI

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Il recente studio di Unioncamere è molto chiaro al riguardo: gli italiani hanno ridotto la spesa alimentare di oltre due miliardi di euro l’anno, ritornando ai livelli degli anni 60. In parole povere un italiano su due acquista solo l’essenziale, sta attento agli sprechi, riduce le quantità, oltre che la qualità.

All’inizio della crisi le famiglie si sono organizzate cercando di risparmiare facendo attenzione alle offerte, selezionando i supermercati, scegliendo prodotti simili ma meno cari; adesso però si riscontra un vero e proprio cambiamento nei consumi: si rinuncia ai prodotti superflui, calano gli acquisti di bevande gassate, vino, olio di oliva. Calano anche quelli dei prodotti dolciari, come le merendine confezionate, i pasti extra-domestici (-2,5%) mentre si riduce la produzione di cibo pro-capite (passata dai circa 550 chilogrammi del 2006 ai 502 del 2012). Mangiamo di meno, insomma.

Aumenta la produzione di dolci casalinghi, si consumano i pasti a casa. Aumenta anche la coltivazione e cura del verde (oltre il 17% di quelli che si dedicano a un orto hanno iniziato negli ultimi cinque anni, proprio in coincidenza con l’avvio della crisi economica). Crisi che insegna a amare la natura…

“Le famiglie italiane – ha commentato il presidente di Unioncamere Ferruccio Dardanello – sono state costrette dalla crisi a industriarsi in mille modi per ridurre il costo delle spese e far quadrare i bilanci a fine mese”. Ho sentito anche altri commenti, tra la gente comune ma anche sui media, tra gli esperti, con toni addirittura positivi: a quanto pare è finalmente finita l’epoca degli sprechi, degli scarti alimentari, dei consumi forsennati, dei capricci; ci sarebbero in fondo molti lati positivi in questi cambiamenti, il ritorno a tempi più “sani” in cui si mangiava meno e meglio, si mangiava a casa, si prestava attenzione al valore del cibo. La gente era più magra, più sana. La gente curava il verde, gli orti erano biologici.

Ma è proprio vero? Ci voleva una crisi economica profonda e sconvolgente per cambiare vizi e difetti? O meglio: c’è veramente un lato “educativo” in questa crisi? Possiamo guardare positivamente al mezzo-pieno di questo bicchiere (amaro, peraltro)? 

Ho un sospetto profondo, sono perplessa e scettica al riguardo. Non è questo un rifugiarsi nella solita manfrina del “si stava meglio quando si stava peggio” o forse sarebbe meglio dire, “si sta meglio adesso che stiamo peggio”?

I miei dubbi sono forti; innanzi tutto perché i dati rivelano una medaglia a due facce e quella rovescia è molto brutta: davvero mangiamo “tutti” meno? Altrimenti c’è chi fa la fame, chi mangia dal meno al meno di niente…

Davvero mangiamo meglio? Lo sappiamo tutti che la qualità ha un prezzo: quello che costa “molto meno” vale veramente di meno. E allora la salute è in pericolo.

La crisi rivaluta ciò che è veramente necessario, non c’è dubbio.

Ma temo che il problema sia un altro; se “la fame aguzza l’ingegno” dobbiamo aver chiaro che comunque la fame è e resta una cosa bruttissima, da evitare. Contro cui lottare.

Le difficoltà che affrontiamo ci fanno mettere in atto una serie di strategie intelligenti, la necessità ci costringe; ripeto, “costringe”, ci obbliga, ci toglie un po’ di libertà. Ovvero, se una persona è costretta dalle circostanze negative a fare scelte che possono essere positive, non è detto che ne sia felice. Né libera. Né “educata”, cioè migliore.

Una scelta, soprattutto se difficile, dovrebbe essere frutto di un ragionamento e di una convinzione assimilata. In breve: se rinuncio al vino perché non ho i soldi, appena ne avrò ne comprerò: e magari tanto da ubriacarmi. Se invece capisco che troppo vino fa male, riduco il consumo liberamente, anche se con fatica.

I valori positivi di una volta restano positivi e bellissimi: la torta fatta in casa, l’insalata dell’orto e i maglioni fatti a mano, i calzini rammendati… nessuno lo mette in dubbio. Quello che intendo è che possono essere riconosciuti come tali solo se condivisi, se li si sceglie per amore e non per forza; se siamo “educati” a loro da una famiglia che li condivide, per esempio.

Questa crisi economica comincia a mostrare un volto sempre peggiore, non facciamoci illusioni: il cambiamento che può e deve avvenire non si fa sulla pelle (cioè sui consumi) dei più poveri, perché è questo il dato che risulta evidente dallo studio in questione. 

La verità è che il “ritorno a tempi migliori” non è verosimile: i tempi migliori non tornano da soli, si costruiscono, con fatica e determinazione. Il sacrificio in sé e per sé non è mai positivo: il positivo viene da chi lo offre per un bene chiaro, scelto, libero. Se un positivo in questo studio lo vogliamo davvero vedere, allora guardiamo alla realtà dei fatti: le famiglie italiane lottano, si ingegnano, soffrono.

Le famiglie resistono: le famiglie, sono loro il positivo. Sono loro il baluardo contro un economia che consuma sempre di più il cuore della gente. 

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