PROTESTA GENOVA/ Cosa ci insegnano i cinque giorni di sciopero selvaggio?

Dopo cinque giorni di sciopero selvaggio, i lavoratori Amt hanno approvato a maggioranza la bozza di accordo siglata nella notte. ROBERTO ZUCCHETTI commenta quanto accaduto

25.11.2013 - Roberto Zucchetti
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Sabato, l’assemblea dei lavoratori della Amt ha approvato, non senza aspre contestazioni, l’accordo con il Comune di Genova mettendo fine a cinque giorni di sciopero che hanno duramente colpito i cittadini i quali, senza preavviso e senza rispetto delle fasce di tutela previste per legge, si sono visti privare di questo essenziale servizio pubblico. Ora, è opportuno riflettere con più calma, nella consapevolezza che quanto è avvenuto a Genova costituisce una avvertimento importantissimo per affrontare i prossimi mesi; non siamo di fronte ad un problema locale, né ad un problema del solo settore dei trasporti: siamo di fronte alla sfida, essenziale per il nostro futuro, del recupero di efficienza della pubblica amministrazione.

Se vogliamo riportare in equilibrio i conti pubblici senza nuove tasse, dobbiamo ridurre la spesa: non possiamo però diminuire i servizi, spesso già a livelli minimi; di conseguenza, dobbiamo recuperare efficienza, cioè produrre gli stessi servizi (o, se possibile, ancora migliori) con meno risorse. Fino a quest’affermazione il consenso è quasi generale: purtroppo, appena si prova ad applicare questa linea, che riceve ampio consenso, ci si ritrova a Genova, cioè dentro un durissimo confronto (che sarebbe meglio chiamare conflitto) tra chi deve ottenere maggiore efficienza e chi deve cambiare il proprio assetto inefficiente. A giudicare da com’è finita, c’è da essere molto pessimisti sul nostro prossimo futuro: dobbiamo perciò trarre il massimo insegnamento da questa dura (e costosa) vicenda.

Cosa è successo a Genova? La Amt, società che gestisce il trasporto pubblico locale, da anni accumula gravissime perdite che il Comune, suo azionista storico, ha sempre dovuto ripianare, subendo un gravissimo depauperamento del proprio patrimonio. Le perdite sono sicuramente causate, come in molte altre realtà locali, dal confuso finanziamento del settore del trasporto pubblico locale, ma la loro entità indica anche la presenza di una gestione molto inefficiente: nel 2006, per cercare di modificare questa situazione, il Comune di Genova cerca, con gara internazionale, un partner che porti competenze gestionali per migliorare l’efficienza. Vince Transdev, società pubblica francese (controllata dalla Cassa dei Depositi e dello Sviluppo), poi acquisita dalla società pubblica che gestisce i trasporti di Parigi, la RATP. Sul sito ufficiale di Amt ancora oggi si legge: “Amt è così diventata la prima S.p.A. pubblica di una grande città italiana ad essere parzialmente ‘privatizzata’ con gara e la cui governance è andata al socio privato, partner industriale importante, che trasferisce conoscenze ed esperienze di livello europeo arricchendo la gestione dell’Azienda di trasporto della nostra città.” Curiosamente, il sito ufficiale della società non dice che a fine 2011 RATP ha ceduto le sue azioni al Comune di Genova, che è tornato ad essere l’azionista unico di AMT: il tentativo di efficientare l’azienda coinvolgendo un partner industriale è quindi fallito. È necessario notare che il partner scelto non era certo un capitalista d’assalto, ma una solida società pubblica francese, con una lunga tradizione di rispetto dei diritti dei lavoratori.

Eppure, è stato proprio il timore che una delibera del Comune potesse riaprire la prospettiva del coinvolgimento di un socio “privato” a dar fuoco alle polveri della protesta, chiusa con un accordo con il quale il Comune di Genova accetta versare altri 4,3 milioni di euro, che non saranno però necessari per garantire l’equilibrio aziendale; per questo, l’accordo ipotizza di recuperare altri 4 milioni dalla riorganizzazione aziendale, che dovrà avvenire senza però toccare né gli stipendi né gli orari di lavoro dei dipendenti. In termini militari si parlerebbe di una resa senza condizioni.

Tre considerazioni finali. Serve un sistema fiscale che avvicini chi paga a chi spende: i cittadini, vere vittime di questa situazione, sono preda della sindrome di Stoccolma e parteggiano per i loro carcerieri; non c’è consapevolezza che il costo di chi viaggia sui mezzi pubblici è pagato per il 70% dalla collettività e quindi da moltissimi cittadini che non li possono utilizzare. Serve un grande realismo: il trasporto è un settore delicatissimo, che può bloccare l’intera società; occorre quindi muoversi con grande cautela, coscienti dei rapporti di forza che vedono le autorità di governo (a tutti i livelli) in posizione di grande debolezza. In tempi di moralismo asfissiante, giova ricordare il grande Pascal: “Non essendosi potuto fare in modo che la giustizia fosse forte, si è fatto in modo che la forza fosse giusta”.

Serve un piano di riconversione industriale per la Pubblica Amministrazione, come si fa con l’industria bellica alla fine di una guerra. Efficienza vuole dire inevitabilmente meno personale: o siamo in grado di impiegalo in attività che generano ricchezza o siamo destinati a vivere molte altre “5 giornate di Genova”.

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