CORRIERE/ Angelo Rizzoli e la storia di un’epopea con tante ombre e misteri

- Gianluigi Da Rold

GIANLUIGI DA ROLD ripercorre la vicenda della famiglia Rizzoli e di “Angelone”, legata indissolubilmente ai guai giudiziari, al carcere. Le grane del Corriere della Sera al centro di tutto

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Angelo Rizzoli (Infophoto)

È una storia travagliata, sfortunata e drammatica quella di Angelo Rizzoli, morto a Roma all’età di 70 anni. Era il rampollo di una delle famiglie editoriali più importanti d’Italia. Portava il nome del nonno, Angelo, un personaggio cresciuto ai “Martinitt” di Milano (come Leonardo Del Vecchio), che ebbe un fiuto incredibile nella nascente editoria, soprattutto quella dei settimanali, dei rotocalchi, che nell’informazione italiana hanno sostituito la stampa dei “popular” anglosassoni. Il “pallino” del vecchio Angelo era quello di arrivare a possedere un quotidiano, come se solo questo fosse l’obiettivo finale di un grande editore. Sono famose le sue partite a scopa con l’amico Pietro Nenni e i tentativi di indurre il vecchio leader socialista a cedergli l’Avanti e a farne una sorta di quotidiano indipendente di area. Il vecchio Angelo non ci riuscì, ma le fortune dei Rizzoli crebbero e si allargarono, fino a diventare la più grande casa editrice italiana, in lizza, anche nella produzione di libri, con Mondadori.

Quello che non riuscì a nonno Angelo doveva riuscire al nipote soprannominato “Angelone”, per la sua stazza, anche se colpito da una grave malattia fin da giovane, fin dal 1963. Il giovane Angelo entra nel consiglio di amministrazione della Rizzoli, nella società di famiglia a 27 anni. E quattro anni dopo, siamo nel 1977, la Rizzoli fa il “grande balzo” che si rivelerà fatale: acquista il Corriere della Sera, il quotidiano più importante d’Italia. E’ il sogno del nonno Angelo che si realizza, ma che ben presto diventa un incubo. Il Corriere è gravato di debiti. Così, pressato dalle banche, Angelo cede il controllo del gruppo al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. E qui si apre una delle vicende più intricate della storia italiana.

Gli anni Settanta sono un periodo di grande fibrillazione politica, gli anni della grande avanzata del Partito comunista italiano e del compromesso storico, e nello stesso tempo sono gli anni delle prime grandi “guerre mediatiche”. Il Corriere della Sera di Piero Ottono aveva causato la scissione dell’ “argenteria di famiglia” (Montanelli, Bettiza, Corradi) che andò a fondare ilGiornale. Poi, nel 1976, Eugenio Scalfari aveva inventato laRepubblica. Intanto sullo sfondo si affacciava un’autentica rivoluzione televisiva, con l’irrompere delle televisioni private, che poi sarebbero state egemonizzate da Berlusconi, e con una Rai che doveva affrontare dei profondi cambiamenti.

Come è risaputo, i rapporti tra politica e informazione sono sempre stretti in Italia e in quel momento la partita politica si legò ancora più strettamente alla grande partita mediatica. Fu in quella bagarre che il giovane Angelo Rizzoli dovette muoversi e si arrivò al fatidico 1981, quando scoppiò lo scandalo della P2. Il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi era collegato al gruppo di Licio Gelli, il capo della P2, e in questo modo il clamore che il quotidiano di via Solferino fosse influenzato e controllato dalla loggia massonica segreta fu enorme. Di fatto, il Corriere e Angelo Rizzoli furono letteralmente travolti da quello scandalo.

Due anni dopo, il 4 febbraio 1983, con una decisione del Tribunale di Milano, il Corriere della Serapassa sotto amministrazione controllata con un debito di oltre 65 miliardi di lire. Nello stesso tempo Angelo Rizzoli, il fratello Alberto e il direttore generale del gruppo, Bruno Tassan Din, vengono arrestati per bancarotta. L’accusa è di aver “occultato, sottratto, dissipato o distratto”, oltre 85 miliardi di lire.
Su tutta la storia ci sono zone d’ombra, misteri e contraddizioni che ancora oggi è difficile dipanare. Resta il fatto che Angelo Rizzoli si fa ben oltre 400 giorni di carcere, ma nel 1992 con una sentenza, ribadita poi in appello nel 1996, viene riconosciuta la totale estraneità di Rizzoli all’operazione, come poi fu dimostrato con sentenza definitiva nel processo sul crac del Banco Ambrosiano.

E’ sulla base di queste sentenze che Angelo Rizzoli ribadì sempre le sue accuse: “Il Corriere mi è stato scippato” e poco dopo, “Angelone”, nel 2010, avanza la richiesta di risarcimento danni per l’ingiusta carcerazione patita. Nel giro di tre anni le speranze di Angelo Rizzoli si spengono. Nel gennaio del 2012, il Tribunale di Milano respinge l’istanza e lo condanna al risarcimento dei danni. Poi il 14 febbraio 2013 arriva una seconda mazzata ben più pesante: un nuovo arresto con l’accusa di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale per un crac da 30 milioni di euro, causato con il fallimento di quattro società controllate nella sua attività di produttore televisivo e cinematografico.

In una intervista al giornalista Stefano Lorenzetto nel 2010, Angelo Rizzoli aveva detto: “Loro, i cavalieri bianchi senza macchia, sapevano bene che soffrivo di sclerosi multipla dal 1963. E che cosa può fare un malato con tre ordini di cattura sul capo, spogliato di tutto – reputazione, affetti, aziende, patrimonio, passaporto – e privato della libertà per 13 mesi, di cui tre passati in cella d’isolamento, neanche un giorno d’infermeria, di visite mediche, né cure specialistiche, sbattuto da un carcere all’altro?”.

Angelo Rizzoli ricordava quello che aveva passato per la storia del Corriere. Non sapeva di dover affrontare un’altra prova che lo avrebbe portato alla morte. Una vicenda tragica, una storia intricata. Forse un giorno la storia riuscirà a chiarire questo dramma.

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