LAMPEDUSA/ Perché si “puliscono” gli immigrati come gli ebrei nei lager?

- Monica Mondo

Il dramma degli sbarchi di Lampedusa: siamo tutti colpevoli. Abbiamo perso la pietas. Ora arriva il Natale e con esso l’occasione di “educare lo sguardo e il cuore”. MONICA MONDO

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Foto: InfoPhoto

Gli immigrati sbarcati dalle carrette del mare a Lampedusa sono vivi per miracolo, provati dalla sete, dalla fame, dalla miseria e dai ricordi, hanno perso i loro cari, non hanno strade segnate per il futuro, solo  brandelli di passato: fughe, violenze, solitudine. Li hanno pescati e lasciati nella rete, chiusi in un centro che di accogliente ha ben poco, non fosse altro per quelle griglie di ferro che lo isolano dal mondo.

Hanno raccattato vestiti, assicurato ogni giorno un pasto, iniziato le lunghe pratiche della burocrazia per i riconoscimenti. Nessuno ci crede, che si possano avere notizie certe su ogni uomo, ogni donna, ogni bambino che stazionano mesi ammassati in stanzoni umidi, sporchi, anonimi. Che si può fare di più, sono arrivati in tanti, e siamo un Paese in crisi, asfissiato dai guai. Sono venuti a Lampedusa i Presidenti, i ministri, i vescovi, i responsabili di associazioni e ong, hanno visto, scosso il capo, sospirato, poi tuonato, redarguito, garantito. Poi sono partiti, e solo i lampedusani sanno il peso di sostenere tutta quella gente con uno sguardo, un sorriso, un pasto in più, un vestito nuovo, un regalo per quel bambino o quell’altro.

Invasi? Certo, l’isola è piccola, la presenza di tanta gente si sente, l’estate è lontana, ma l’isola dei morti in mare non è un bel titolo da dépliant. Ma soprattutto sentono il peso, l’invasione di tanto dolore, che come un’ombra impedisce di vivere sereni, indifferenti, immemori. Sentono lo scandalo dell’impotenza, capiscono a pelle che quei volti scuri che guardano perduti a un orizzonte lontano sono i loro sguardi, e la parola stranieri, clandestini, non la riconoscono più. Beati loro, i lampedusani, che il Natale ce l’hanno in casa. Che non possono girare la testa, quasi forzati a spalancarsi a povertà, carità, pietà.

Non tutti, però. C’è chi considera gli immigrati (ingiustamente, anche se in parte necessariamente reclusi), come animali, non persone e persone bisognose. C’è chi li tratta come i kapò dei campi di sterminio trattavano gli ebrei appena arrivati. Purificazione, dicevano. Dalle malattie infettive, ma anche di più: pensavano di lavar via con antibatterici e docce d’acqua gelata la loro dignità, la loro essenza di uomini. Umiliazione, mortificazione, anticamera di quelle docce di gas e del fuoco, che avrebbero risolto definitivamente il problema.

A Lampedusa si “puliscono” gli immigrati allo stesso modo: avete ormai visto tutti le fila di uomini nudi avanti a tutti, per sottoporsi alla disinfestazione” dalla scabbia, se mai l’avessero avuta. Un uomo benedetto ha filmato col telefonino e fatto uscire quei fotogrammi devastanti, per le nostre coscienze, per quele di chi ha responsabilità e non ha saputo vedere, o peggio, ha taciuto. Tocca lavarli con acqua e panni caldi, uno ad uno, questi povericristi giunti a noi per esercitare la nostra carità svanita.

La carità è benigna. Non irride gli oppressi. E’ paziente, anche con chi puzza e mostra piaghe ributtanti: non sono segno di una colpa. Non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse (tante presunte associazioni umanitarie e di volontari andrebbero indagate con attenzione). Non si adira, se chi deve spogliarsi all’aperto, al freddo, indugia, tentenna tremando.

Così, con un imperativo “sbrigatevi”, vengono sollecitati quei poveri dai loro carcerieri. La carità tutto tollera, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. Tollera la rabbia e l’ignoranza, la sporcizia e la confusione. Crede che l’uomo ferito abbia diritto a un abbraccio, a una consolazione. Spera che gli sia possibile ricominciare.

Ma in un Paese laico e civile, perché le due parole le mettono sempre insieme, di carità non si può parlare. Si fa ricorso alla pietas, che veniva prima, sì, ma che non ha mai impedito la schiavitù e l‘irrisione dei barbari. Oggi non ci rimane neppure quella, se permettiamo che nei nostri confini siano trattati così uomini e donne distrutti e fiduciosi di trovare da noi un rifugio. I nostri padri antichi accoglievano i pellegrini, pulivano loro i piedi stanchi, li rifocillavano coprendoli con mantelli morbidi, ascoltavano sommessamente e ammirati le loro storie. Omero ci ha regalato la figura del viandante per eccellenza, Ulisse, che forse proprio in quell’isola passò durante le sue peregrinazioni.

Noi abbiamo perso anche la pietà. Non ci indigni questo plurale cumulativo, che ingiustamente ci vediamo cadere addosso. Non vale dire che non c’entriamo. C’entriamo col sostegno ad una politica cieca e sorda e ipocritamente scandalizzata. C’entriamo col silenzio, con la tolleranza, con il fastidio, che ognuno di noi prova o esprime ad ogni vucumprà incrociato per strada.

Certo, non saranno tutti brava gente. Pensiamoci però a Lampedusa, nudi, impuri agli occhi di fratelli uomini da cui avremmo aspettato una mano. Che reazioni avremmo, cosa saremmo disposti a fare, per uscirne. In questo Natale, pensiamoci, educhiamo lo sguardo e il cuore.

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