LA STORIA/ Leila, Bashir e quella scuola-caserma dove è già Natale

- Monica Mondo

Quasi vigilia di Natale. Bologna, quartiere fieristico. In una scuola-caserma, animata da docenti e personale motivato, vivace, si svolge una rappresentazione inconsueta. MONICA MONDO

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Quasi vigilia di Natale. Bologna, quartiere fieristico. In una scuola-caserma, ma pulita e colorata, animata da docenti e personale motivato, vivace, si svolge una rappresentazione inconsueta: due giovani attori, un leggio drappeggiato di scuro, una musica arabeggiante di sottofondo, mettono in scena un dramma. Il pubblico è altrettanto inconsueto, in un’aula scolastica: ragazzi di tutti i colori del mondo, insegnanti  e magistrati, giornalisti, registi, perfino un ex presidente della Corte costituzionale come Valerio Onida.

Leila nella tempesta è un dialogo a due voci, una ragazza tunisina, approdata in Italia seguendo un sogno, e un amico, ma non compagno di ora d’aria o un fratello di fede. Un amico di altra fede, che la aiuta a ricordare, a pensare al male ricevuto e fatto, a sperare ancora, parlandole di misericordia e diritti civili, confortando il suo rassegnato e apparente cinismo: c’è una strada anche per lei, l’Italia sa essere accogliente, c’è scritto, la Costituzione più bella del mondo lo garantisce. Ma più che la carta scritta conta quella vissuta da chi sa farsi prossimo, senza giudicare, senza prediche, desideroso di un incontro umano. Solo così si prende per mano un’amica, solo così si costruisce la solidarietà vera, che ha un nome ancora più bello, carità.

Le parole scorrono nell’aula silenziosa, gli spettatori sono soprattutto giovani, ascoltano in silenzio, in un pomeriggio dedicato ai saluti e ai regali festivi. C’è una commozione che prende, la profondità di pensieri che toccano. Padre Ignazio quando si accendono le luci sorride, sa che quella storia è nata dal vero: da anni ha scelto e ottenuto di assistere i reclusi al carcere della Dozza bolognese, è riuscito ad aprire porte inaccessibili, a farsi conoscere e voler bene, anche da chi sembrava lontano, da chi forse guardava con sospetto al saio grezzo che si porta addosso caracollante.

Ha studiato a lungo l’arabo, Ignazio, in Israele, in Palestina, in Siria, in Giordania. Si porta dietro volti e storie, croci che ha dovuto lasciare laggiù, in paesi devastati dalla violenza, storie di ragazzi costretti a scappare, a mollare gli studi e la casa, gli amori. La lingua, la cultura araba sono la chiave per farli sentire a casa anche qui, perché un incontro avvenga, e la voglia di ricominciare. Sa che tante sono le Leile in Italia, e  tocca a noi non lasciarle sole. Sa che nel carcere si entra per caso, o per forza, non sempre per volontà di far male.

Come ci è entrato Bashir, marocchino, che faceva il corriere della droga per guadagnarsi da vivere, e dopo tre anni alla Dozza, dove si è preso la maturità, spiega con orgoglio che sta per laurearsi in legge.  

Fortunato, dice lui, perché ha incontrato maestri e volontari che l’hanno sostenuto e aiutato a studiare. Sono lì presenti, eccoli: la maestra bionda che ha lasciato un posto sicuro alle elementari per insegnare italiano a donne e uomini di ogni età, livello di istruzione, provenienza. Goccia dopo goccia, spiega, si stringono legami, non vengono più a lezione solo per imparare, ma per mettere in comune se stessi.

C’è la professoressa che sta in galera da 27 anni, dice, “fine pena mai”, perché la pena, per lei, è solo quando i suoi ragazzi li vede tornare indietro alla Dozza, dopo la scarcerazione, e ricomincia daccapo a voler loro bene, a puntare testardamente su di loro. C’è la direttrice del carcere, che si batte come un leone tra burocrazia e fondi mancanti, perché i progetti e le presenze amiche non siano stoppati e i reclusi dimenticati da tutti. Nessun pietismo, nessuna rivendicazione urlata: tutti sanno e ripetono che la responsabilità è personale, che la tua libertà è così sacra che sta a te decidere di usarla per il bene. Puoi sbagliare, ma puoi anche capire, e chiedere perdono.

Finito il dialogo animatissimo in palestra c’è una sorpresa: i ragazzi che frequentano i corsi  serali, per poter ottenere la cittadinanza italiana, hanno preparato un buffet. Cus cus, dolci al miele, multietnico vuol dire profumi e sapori di casa, che si vogliono spartire con questa casa. Non importa se i bicchieri e i piatti sono di carta, se  gli addobbi sono gli attrezzi da ginnastica e i cartelloni dei bambini che spiegano le regole dei giochi.  Non è una vigilia, questo pomeriggio qui è già Natale. Qualcosa è accaduto, che cambia il cuore degli uomini.

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