LA STORIA/ “Grazie a mio zio Darwin ho riscoperto la fede cattolica”

- int. Laura Keynes

LAURA KEYNES, discendente di Charles Darwin e John Maynard Keynes, parla del percorso umano e culturale che l’ha riportata alla fede di cui aveva fatto esperienza da bambina

chiesa_cardinali_messaR439
Foto Infophoto

“Più la scienza svela il mondo naturale più aumentano le domande. Il mio avo Darwin era uno così”. “Sono cresciuta credendo nell’educazione per l’educazione, nell’arte per l’arte, e questa era l’idea di un mio pro-pro zio famoso, l’economista John Maynard Keynes”. A parlare così è Laura Keynes, tornata al cattolicesimo dopo essere passata attraverso la “pigrizia” dell’agnosticismo. In questa intervista, in cui parla a ruota libera di sé, confessa di aver sorriso quando ha letto su twitter che “Una discendente di Darwin è una cattolica impegnata. E questa è una prova della teoria dell’evoluzione!

Raccontaci della tua conversione: come sei approdata al cattolicesimo?

Il mio è stato piuttosto un ritorno, perché sono cresciuta cattolica grazie a mia madre e lo sono rimasta fino alla sua morte. Poi, da adolescente sono diventata agnostica.

È vero che sei stata spinta a rivedere il tuo agnosticismo dopo la lettura del bestseller The God Delusion di Richard Dawkins?

La lettura di quel libro mi ha spinto a rivedere il mio modo di pensare e mi ha fatto vedere come l’agnosticismo fosse una posizione intellettualmente pigra: cosa io credessi su Dio era una questione che dovevo affrontare e risolvere. The God Delusion è uscito nel 2006, quando stavo preparando il mio dottorato all’Università di Oxford. Alcuni amici che lo stavano leggendo mi dissero: Dovresti leggerlo. Così l’ho letto.

Cosa non andava in quel libro?

Leggendolo, non ho condiviso la descrizione che Dawkins fa delle persone religiose o della Chiesa cattolica. I cattolici che avevo conosciuto da piccola erano persone comprensive e molto intelligenti. Mi sono allora chiesta se il libro fosse attendibile e ho quindi letto altre posizioni favorevoli all’ateismo e anche qualcuna contraria.

Poi cos’è successo? 

Nel 2007 è morta mia nonna e non è stata una buona morte. Era stata inserita in un discusso programma di cure palliative chiamato The Liverpool Care Pathway, che prevedeva di cessare la somministrazione di cibo e liquidi. All’epoca la cosa era conosciuta solo tra i professionisti del settore sanitario e anche loro non avevano idee chiare sulla sua applicazione pratica. Questo sistema poteva funzionare se controllato attentamente ed eseguito correttamente, ma nel caso di mia nonna è stato chiaramente usato come una forma di eutanasia: i dottori avevano deciso che mia nonna stava morendo e che il sistema avrebbe accelerato il processo.

Oggi purtroppo questa pratica è molto diffusa…

Il sistema sanitario britannico è in grave difficoltà e in una parte degli addetti è nata una specie di cultura per la quale gli anziani sono un danno: li chiamano “blocca-letti”. La dignità dell’anziano non viene presa in considerazione nel Regno Unito. Stando accanto al letto di mia nonna sono rimasta colpita da come le infermiere fossero troppo indaffarate per dare a lei, morente, l’attenzione che meritava. E dire che mia nonna aveva servito il suo Paese durante la seconda guerra mondiale.

Le eri molto affezionata?

Sì. In quelle lunghe ore sono tornata al rosario, dopo anni che non pregavo, e questo mi ha ricordato di come la sofferenza di Gesù fosse redentrice. Ho cominciato così a riflettere sulla dignità insita nella persona umana, sul problema della sofferenza, sull’efficacia della preghiera e sulla vita dopo la morte.

 

Da quello che dici, il percorso che hai fatto è stato molto “intellettuale”. Non è così?

Il mio ritorno alla fede è stato tanto una risposta del cuore quanto una risposta intellettuale. Facendo parte del mondo degli intellettuali, do un grande peso alla razionalità. Per me la fede deve essere una posizione intellettualmente coerente e, assieme, una posizione del cuore. Per fortuna, data la mia esperienza accademica, non sono stata scoraggiata dalla lettura di autori come Tommaso d’Aquino. Gli unici cattolici che ho incontrato sono stati, dunque, sui libri. Al di fuori di mia madre, nessuno nella mia cerchia familiare e tra i miei amici era cattolico, perfino le ragazze che erano state con me nella scuola cattolica avevano lasciato la religione.

 

C’è stato qualcuno che ha favorito la tua conversione?

Se una persona può essere identificata come responsabile del consolidamento della mia posizione intellettuale, questa è Papa Giovanni Paolo II. Io sono nata nel 1979, il primo anno del suo pontificato, e così lui è stato Papa per 25 anni della mia vita, il Papa con cui io sono cresciuta, un accademico, un intellettuale i cui scritti ho trovato di grande logica e verità.

 

È vero che, nonostante le sue teorie siano diventate un “manifesto” ateista, al tuo famoso avo Darwin in realtà non interessava giungere a tesi materialiste?

La sua intenzione era quella di seguire le evidenze scientifiche ovunque portassero e, quindi, non credo che il suo intento fosse di capovolgere la storia della creazione riportata nella Genesi. Era uno scienziato che faceva ciò che gli scienziati fanno: considerare i fatti e trarne conclusioni. Talvolta, queste conclusioni sono sorprendenti e inattese.

 

Stai dicendo che per Darwin fede e scienza non si escludevano a vicenda?

Darwin non pensava che le prove a favore dell’evoluzione e il credere in Dio si escludessero reciprocamente: aveva una mente aperta. C’è di più.

 

Racconta.

 Alcuni resoconti della sua vita suggeriscono che la sua fede sia stata turbata dal problema della sofferenza, particolarmente per la morte della sua prima figlia. Per quanto mi riguarda, trovo strano che la teoria dell’evoluzione sia diventata un manifesto per l’ateismo, proprio perché comporterebbe che scienza e fede si escludono reciprocamente. Conosco molti scienziati che sarebbero in disaccordo, che farebbero presente come più la scienza svela il mondo naturale e più aumentano le domande su come tutto questo possa essere avvenuto.

 

Ti senti in qualche modo il… “vertice” evolutivo della tua famiglia, visto che sei arrivata alla fede cattolica? 

Questa domanda mi fa sorridere. Qualcuno su Twitter ha detto: “Una discendente di Darwin è una cattolica impegnata. E questa è una prova della teoria dell’evoluzione!

 

Divertente, no?

E’ un’idea divertente, ma io non mi vedo così. Penso di aver ereditato dai miei avi un certo dono di famiglia nel mettere in discussione lo status quo, nel mantenere una mentalità aperta, nel cercare la verità, con una costante curiosità.

 

Un’eredità preziosa quella che ti hanno lasciato.

La mia capacità di porre domande e cercare risposte nella realtà che ho di fronte non è migliore o peggiore di quella di Darwin. La natura umana rimane grosso modo la stessa da generazione a generazione. Quello che amo nel cattolicesimo è che riconosce che la natura umana sarà sempre quella che è. Sono molto diffidente di fronte all’idea che gli uomini possano raggiungere “l’utopia” o “il vertice” solo attraverso la ragione.

 

Come hai risposto a quelli che, dopo la tua conversione, hanno detto “peccato, era una ragazza così intelligente”?

Sì, ho sentito un mio amico dire qualcosa di simile. Mi rattrista che persone che si definiscono “progressiste” possano denigrare una persona per il suo credo religioso. E’ prova di una mancanza di tolleranza che contraddice il definirsi “progressisti”. Un vero progressista non offenderebbe la dignità o l’intelligenza di una persona su questioni di coscienza.

 

Come vive, in terra anglicana, una cattolica di recente conversione?

 Ho pensato a questo guardando una serie tv popolare qui in Gran Bretagna, Downton Abbey. Uno dei protagonisti è un cattolico entrato, per via del matrimonio, in un’aristocratica famiglia anglicana. Il capo famiglia dice: “Sembra che ci sia sempre qualcosa di straniero quando ci sono di mezzo i cattolici“. Storicamente i cattolici sono sempre stati considerati degli estranei nel Regno Unito.

 

Provi la stessa sensazione?

Anch’io ho riscontrato questo atteggiamento, un latente anticattolicesimo nella cultura inglese, in modo particolare tra gli intellettuali e nell’aristocrazia. Questo non mi preoccupa: posso sorridere di fronte a un atteggiamento simile, dato che conosco la storia della Riforma e so che San Tommaso Moro aveva ragione nei confronti di Enrico VIII e della Chiesa di Inghilterra.

 

Ci sono anche difficoltà pratiche?

La situazione qui non è un granchè per i cattolici, per esempio non vi sono sufficienti accantonamenti per l’educazione cattolica e, inoltre, vi è una profonda crisi di vocazioni sacerdotali.

 

Hai iniziato a scrivere per settimanali cattolici e stai attuando un’opera di “divulgazione apologetica” online: perché?

 Accanto al mio lavoro accademico, collaboro come freelance a diverse pubblicazioni nel Regno Unito e, dato il mio interesse per le tematiche cattoliche, è logico il mio desiderio di scrivere anche per la stampa cattolica.

 

Di cosa ti stai occupando in particolare?

In questo periodo scrivo soprattutto recensioni, di libri, teatro, arte. La cultura è importante e deve essere difesa: la società si costruisce attraverso la cultura. Sono cresciuta credendo nell’educazione per l’educazione, nell’arte per l’arte, e questa era l’idea di un mio pro-pro zio famoso.

 

Di chi si tratta?

Dell’economista John Maynard Keynes, che ha fondato il British Council. Ai nostri giorni però il principio economico ha occupato ogni cosa: arte, educazione, vita. Ora, arte, educazione e la stessa vita devono tutte servire uno scopo economico. Così, penso di avere una missione, quella di evangelizzare attraverso la cultura, di sostenere una tesi per se stessa, si tratti di arte, educazione o della vita.

 

Un compito oggi non facile, specialmente in Europa…

L’Europa occidentale sta perdendo di vista le sue radici cristiane. Gli ideali di libertà e di giustizia sono arrivati in Europa attraverso il cristianesimo; pertanto occorre che vi siano scrittori e intellettuali che ricordino ai governi che, come società, dimenticarsi delle proprie radici rappresenta un grave pericolo ed è molto rischioso. In un’Europa che diventa secolarizzata, i cristiani devono lottare per conservare il loro spazio pubblico.

 

Che difficoltà incontri nel tuo lavoro? 

Personalmente ho trovato difficile parlare di cristianesimo a questa cultura secolarizzata, di cattolicesimo in particolare, perché l’ideologia dominante è ostile in partenza e le piace descrivere i cristiani in modo negativo. I cristiani devono, dunque, essere rieducati a parlare a partire da questa situazione. Per questo ho deciso di collaborare con l’organizzazione Catholic Voices, fondata per spiegare e difendere la Chiesa cattolica in pubblico.

 

La tua sembra una specie di vocazione molto particolare. Non è così? 

In un certo senso, facendo quello che faccio mi sento come se andassi in battaglia. E’ una battaglia per una cultura della vita contro una cultura della morte; è anche una battaglia per proteggere le libertà civili contro i terroristi, contro ideologie politiche distruttive, e contro la jihad islamica. Parte di questa battaglia è ricordare a atei e secolarizzati la forza della religione, specialmente del cristianesimo.

 

Non pensi che chi leggerà lintervista possa pensare che sei un’invasata?

Non penso che sia drammatico o eccessivo metterla in questo modo, come uno “scontro di civiltà”. Siamo in guerra. E’ in gioco la dignità della persona umana. E’ in gioco la libertà di coscienza. Scrittori e intellettuali hanno il dovere di levarsi in piedi e dire questo. E io ho sempre sentito questo senso del dovere molto intensamente.

 

(Maddalena Boschetto) 



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori