METE D’INVERNO/ Ivrea e quel carnevale più serio della politica

- Paolo Massobrio

PAOLO MASSOBRIO ci parla del carnevale e della battaglia delle arance di Ivrea, dei suoi riti, e di quelle chiacchiere (o bugie) cucinate con grappa ormai introvabili

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Immagini di repertorio (Infophoto)

Il carnevale è basso quest’anno e l’altra sera a Ivrea, alla sfilata delle Confraternite faceva un certo freddo. Però la voglia di far festa non ha fatto desistere la gente e domani (martedì) si celebra ancora l’ultima battaglia delle arance. Il carnevale di Ivrea ha più di duecento anni ed il suo svolgersi ha dei riti codificati che vanno dalla nomina del Generale alla Mugnaia, che deve essere tenuta in gran segreto fino al sabato, anche se quest’anno un irriverente sito internet ha svelato nome e volto, lasciando di stucco più di un eporediese (si chiamano così gli abitanti di Ivrea, che era una località di allevamento di cavalli). Detto questo Ivrea è una città bellissima, da visitare, sapendo che in via Arduino (fu il primo re d’Italia) c’è un locale, La Mugnaia, che oggi, insieme all’Aquila Antica è il miglior locale della città. L’altra giorno ho assistito al rito del venerdì sera, dove le confraternite si sono ritrovate nella sinagoga per parlare dei fagioli, che danno origine alle incredibili fagiolate in giro per la città. E qui i fagioli vengono cucinato in umido nella tofeja, che è il piatto tipico del Canavese, preparato l’altra sera da Giovanna Ruo Berchera, autrice del libro Adesso.

Ma al di là della magia di Ivrea, mi ha colpito molto questa faccenda del Carnevale che esiste laddove c’è un forte senso di identità che sprigiona una particolare socialità. Alla cena dei fagioli l’altra sera c’erano il sindaco, che aveva consegnato da due giorni le chiavi della città al Generale, c’era il Vescovo, che è anche conte di Albiano (e tutt’ora ha nel castello la sua residenza estiva) e c’era naturalmente il Generale che benché in carica per pochi giorni e una volta sola nella vita, era il più osannato e salutato.
Che dire? Mi è sembrato più serio e rassicurante questo Carnevale coi suoi riti, delle promesse che da settimane si sentono rimbalzare in campagna elettorale. Perché se è vero che dobbiamo avere un sogno – il Carnevale evoca il sogno di un mondo dove i conflitti vengono sfogati nella battaglia delle arance – tutto questo assume dignità se si alimenta dentro una comunità. I paesi hanno ancora questo senso di comunità, i partiti no. Ed è questo il punto, da cui la politica non potrà prescindere, se resta immemore che l’Italia è un paese fondato sulle municipalità, oggi mortificate fino all’osso.

Col mercoledì delle ceneri inizia la Quaresima e si spegne il Carnevale, tranne che nella Diocesi di Milano che applica il rito Ambrosiano e quindi spinge il Carnevale fino a sabato.
Ed anch’io – più per convenienza che per senso di appartenenza – pur essendo residente in Piemonte, applico i tempi ambrosiani. E rivado indietro nel tempo, quando a Carnevale – e solo a Carnevale – mia mamma faceva le bugie, che erano leggerissime e fragranti. Il suo segreto era il Cognac. In altre parti si chiamano anche chiacchiere, perché scrocchiano sotto i denti, ma quelle che trovate in panetteria o pasticceria hanno il medesimo problema della michetta: devono pesare per giustificare il prezzo. Per questo difficilmente si trovano quelle chiacchiere che faceva mia mamma (ma anche le michette aeree di una volta non si trovano più). Però l’altro giorno in un ristorante a modo me le hanno servite così ed il segreto, questa volta, era la grappa. Molto buone queste chiacchiere, molto diverse da quelle, ridicole, che ancora capita di ascoltare in questa quaresima elettorale, dove lo scherzo è che nessuno mette seriamente a tema l’eredità di una situazione economica e presto sociale, che richiede coesione, anziché una spinta all’eccessiva divisione. Chiacchiere e bugie: sembra la parodia della nostra politica. Un gran Carnevale!

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