PAPA/ Perché Dio permette la tentazione del serpente?

- Cristiana Caricato

La vita non è una pioggia di accadimenti, dolci o amari che si susseguono imprevedibili e senza una ragione. C’è un filo a legarli, ed è il rapporto con Dio. Ne parla CRISTIANA CARICATO

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Benedetto XVI (InfoPhoto)

Una bell’anima oggi mi ha detto che Dio non è un distributore di cioccolatini. Con la semplicità francescana consegnatagli dalla vocazione mi spiegava che la Grazia cristiana è il cuore della vita, e che Dio si prende cura di te anche nella circostanza più terribile che ti possa capitare, ma che ciò non vuol dire che la sua compagnia sia un’ininterrotta elargizione di zuccheri. L’istintiva tendenza a porre obiezioni mi ha fatto ribattere che Dio però non ti dovrebbe somministrare neanche, ed esclusivamente, bocconi amari.

Siccome ogni mercoledì Benedetto XVI illumina la nostra tiepida e vacillante fede, sono andata a vedere cosa raccontava oggi per cercare ispirazione e sciogliere il dilemma. Nella sua catechesi parlava del “Creatore del cielo e della terra”, vale a dire dell’origine di tutte le cose. Una bellissima lezione su un’altra frase del Credo che spesso ripetiamo senza assaporarne la profondissima verità. Dio onnipotente, il Dio della Genesi, che crea ciò che è bello e buono, dà consistenza ad una realtà intrisa di sapienza e amore, fatta di ordine, armonia e bellezza. 

E’ l’Eden in cui pone l’amore che corrisponde al suo amore, la libertà che lo riconosce; in un parola, l’Adamo biblico. Il pontefice ha narrato un mondo, quello del primo libro della Sacra Scrittura, in cui non ci sono forze contrastanti, ma la stabilità del Logos, “la Ragione eterna di Dio, che continua a sorreggere l’universo”. Il disegno. Quel disegno che è alla base di ogni aspetto dell’esistenza umana e che lungi dallo scoraggiare chi si impegna nell’avventura della vita, conforta e dà fiducia. Perché, per tornare alla metafora iniziale, secondo Ratzinger quel disegno non è una pioggia casuale di cioccolatini e bocconi amari, ma un’amorevole sguardo alla libertà umana.

Prima di altre e più stringenti implicazioni, il progetto di Dio sull’uomo porta alla consapevolezza della sua creaturalità. Siamo fatti, spiega il Papa, e siamo fatti di terra. Terra buona, l’unica terra di Dio. Per questo siamo uguali, perché della stessa polvere, dello stesso limite, “dello stesso fango plasmato dall’alito vitale di Dio”. Da qui la ragione della più profonda e inviolabile dignità della persona. E ancora, di qui, il bisogno di rigettare ogni tentazione che porti a valutare un altro uomo, il diverso da me, secondo criteri diversi. Prospettiva elementare, eppure sistematicamente ignorata in ogni anfratto della Storia, persino in quella recente illuminata da roboanti dichiarazioni sui diritti e principi naturali. 

Ma a venire incontro alla mia esigenza di chiarezza sul rapporto tra zuccheri e asprezze, nella vita quotidiana, è stata un’altra immagine, decisamente inquietante, evocata da Ratzinger nella sua lezione. Il serpente. A me ha sempre provocato un disgustato terrore, una repulsione naturale per quella melliflua capacità di insidiare, per il subdolo tranello teso a quei brocchi di Adamo ed Eva con l’affare della mela. Però Benedetto XVI mi ha svelato un lato della vicenda a cui confesso non avevo mai pensato: il serpente, secondo il Papa, invitando a mangiare il frutto del Bene e del Male, non solo incoraggia a rompere l’alleanza con Dio, ma insinua, il viscido, che l’amicizia con il Signore sia una catena che lega, che priva della libertà. Insomma mette in discussione il vero, immenso, primo dono di Dio. 

La tentazione che affascina, continua il pontefice, è quella di costruirsi il mondo da soli, di rifiutare il limiti dell’essere creatura, di vedere nella dipendenza da Dio un peso di cui liberarsi. Cosa c’entra questo con il conteggio delle calorie nella nostra vita? Il problema non è quanti cioccolatini arrivano o quanti bocconi amari bisogna ingurgitare, ma il fatto che siamo in relazione con Colui che è l’origine e la consistenza di ogni nostra molecola. Una relazione in cui possiamo decidere di assagiare o meno la sua bontà.



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