SCIOPERO CORRIERE/ Uno stop che mostra i limiti di un “falso” editore

- Gianluigi Da Rold

Aveva ragione Tarak Ben Ammar, afferma GIANLUIGI DA ROLD, quando parlava del Corriere della Sera come di un “club di tennis” che di fronte alla crisi dimostrano la loro inadeguatezza 

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Oggi il Corriere della Sera non è in edicola e non lo sarà neppure domani. I giornalisti di via Solferino sono entrati in sciopero, come avevano preavvisato circa un mese fa, e hanno respinto il piano di ristrutturazione del management della Rizzoli-Corriere della Sera, che prevede tagli pesantissimi: 110 giornalisti su una redazione di 355. Ma il taglio “brutale” di quasi un terzo della redazione è solo un aspetto del piano complessivo, che prevede licenziamenti anche in settori del personale amministrativo (si parla di 650 persone), la chiusura di alcune “testate”, la riduzione degli stipendi, la chiusura infine della stessa sede. Quella storica e conosciuta in tutto il mondo, di via Solferino.

Dice il comunicato del Cdr: “Il piano dell’azienda di fatto sfigura il primo quotidiano italiano (stando agli ultimi dati di diffusione) e appare addirittura suicida, visto che il Corriere tuttora presenta i conti in attivo e solo qualche giorno fa ha assunto due giornalisti. Il Comitato di redazione ha sempre accettato di discutere con l’azienda su come razionalizzare i costi e, soprattutto, su come aumentare i ricavi. Quello presentato ieri non è un piano di ristrutturazione, ma semplicemente un grossolano e inaccettabile intervento che mira alla distruzione del Corriere della Sera”. Il comunicato del Comitato di redazione si sofferma poi su alcune scelte del management, come l’acquisto del gruppo spagnolo “Recoletos”, che avrebbe procurato debiti per centinaia di milioni di euro.

Di certo fa un effetto sgradevole vedere che, nel primo giorno di consultazioni al Quirinale per la formazione del nuovo governo, il maggior quotidiano italiano, il più autorevole almeno, se non il più diffuso, non sia in edicola. Alla fine la fotografia di un’Italia in profonda crisi emerge anche da fatti come questi. C’è da aggiungere che la parabola della crisi italiana è in fondo intrecciata alla crisi de Il Corriere della Sera. Se il Paese difetta di innovazioni profonde, di grandi riforme necessarie, che lo hanno portato a soffrire duramente della crisi economica e all’attuale incastro politico, il Corriere ha il difetto di avere vissuto in questi anni di una carenza di innovazione nelle scelte editoriali e di essersi adagiato su una “rendita” editoriale di credibilità che i new-media hanno ridotto grandemente anno dopo anno.

Nel comunicato del Comitato di redazione c’è l’eco di antiche dispute all’interno del Corriere della Sera. Ad esempio, la scelta di allargarsi della proprietà, con l’acquisto di nuovi gruppi editoriali e l’apertura di nuove testate che garantivano solo, alla fine, una ventaglio più ampio nella raccolta di pubblicità. È vero che la proprietà del Corriere della Sera, da molti anni, non si è mai concentrata sul vero “core business” della casa editoriale, e cioè migliorare e rendere più attuale il Corriere della Sera stesso, cioè il giornale che, unico in Europa e forse nel mondo, rappresentava in Italia il quotidiano allo stesso tempo più venduto e più autorevole. Ma qui riemergono tutti i limiti di un editore, che non è un vero editore.

L’editore del Corriere della Sera è rappresentato da un “patto di sindacato” costituito dalle maggiori realtà finanziarie e industriali italiane. Secondo i canoni classici del giornalismo anglosassone, l’editore del Corriere della Sera è l’editore più “impuro” che ci sia. Ci sarebbe addirittura da ridere se si applicassero i criteri del “conflitto di interessi” sulla attuale proprietà del Corriere. Alla fine, il Corriere è servito da “vetrina” per i vecchi e non più forti “grandi poteri” italiani e l’acquisizione di nuove testate è servita, in tempi grassi, per fare buoni affari in campo pubblicitario. Ma i tempi sono cambiati e gli affari non si fanno più.

Alla fine, occorre dire che aveva ragione Tarak Ben Ammar quando parlava dell’editore del Corriere della Sera, come di un “club di tennis”. Alla fine questi club, di fronte alla nuova comunicazione globale, e di fronte a una grave crisi economica, dimostrano tutta la loro inadeguatezza e incompetenza.

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