STATO-MAFIA/ Savatteri (Tg5): Provenzano era già fuori gioco, si scavi negli apparati dello Stato

- int. Gaetano Savatteri

Bernardo Provenzano, l’ultimo boss dei corleonesi, è in gravi condizioni di salute. GAETANO SAVATTERI (Tg5) spiega cosa potrebbe cambiare nel processo stato-mafia con la sua morte

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Bernardo Provenzano (Foto InfoPhoto)

“Se non è capace di intendere e di volere, come dicono i periti, vuol dire che in questo modo se ne va, in maniera anche piuttosto malinconica, l’ultimo padrino vecchio stile di una mafia, oggi, profondamente diversa”. Gaetano Savatteri, giornalista del Tg5 e grande esperto di cose di mafia, commenta così la notizia dell’infermità di mente di Bernardo Provenzano, che potrebbe portare all’uscita di scena dell’ultimo boss corleonese nel processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, di cui è ancora in corso l’udienza preliminare. Saranno i giudici, martedì 5 marzo, a decidere al riguardo, sulla base della perizia effettuata su Provenzano venerdì scorso. 

Savatteri, che cosa implica questa uscita di scena?

Non dimentichiamo che è un processo che riguarda fatti compiuti vent’anni fa, e che quindi sono tanti i protagonisti che già non ci sono più. Per questo, credo che in realtà non influirà molto sull’esito dell’inchiesta. Non dimentichiamo, però, che Provenzano è già stato condannato in via definitiva in altri procedimenti e quindi il suo ruolo, il suo apporto e l’importanza della sua figura nelle vicende di Cosa nostra è già stata abbondantemente provata. Al riguardo direi che il processo sulla trattativa Stato-mafia non aggiunge niente alla conoscenza di questo boss. Al limite, la “morte in vita” di Provenzano, se così possiamo dire, toglie qualcosa.

Che cosa?

La speranza di una sua possibile collaborazione per conoscere e approfondire aspetti ancora poco conosciuti della mafia. Anche se non dimentichiamo che i grandi capi, ad eccezione di Brusca, non hanno mai voluto parlare: non lo ha fatto Totò Riina e non lo ha fatto Bernardo Provenzano, per cui è vero che tante cose sulla mafia si sanno, ma è anche vero che molte non si sapranno mai. Credo che tanti giudizi su Cosa nostra rimarranno appannaggio di studiosi e storici nei prossimi anni.

Che ne sarà ora del processo sulla trattativa Stato-mafia? Forse inquirenti e magistrati si aspettavano molto da Provenzano.

La sua assenza non rafforza né indebolisce il procedimento: è solo uno dei tanti protagonisti che non ci sono più: penso a Scalfaro o a D’Ambrosio. Se qualche elemento in più si potrà acquisire, invece, questo potrà venire solamente da parte di uomini dello Stato implicati, e non in questo procedimento, come servizi segreti e come apparato dello Stato. Ma, realisticamente, stando così le cose ritengo che molto probabilmente il tutto si concluderà con un nulla di fatto. 

Un processo su cui, forse, ci sono state aspettative eccessive?

È evidente che la Procura di Palermo ha posto molti interrogativi. Al tempo stesso, però, ad oggi in mano si hanno solo imputazioni per falsa testimonianza, e molto si sta dibattendo su aspetti senz’altro secondari, come le intercettazioni delle telefonate di Nicola Mancino con il Quirinale. Per tutto questo, credo che questo processo sia destinato a lasciare molte più domande aperte che non risposte compiute.

 

Cala il sipario, dunque, sul personaggio Provenzano. Quali le caratteristiche della mafia sotto il suo regno? È diversa da quella di oggi, guidata da Matteo Messina Denaro?

Fino al 2006, anno di arresto di Provenzano, la selezione della classe dirigente mafiosa avveniva esclusivamente sulla capacità di resistenza alla latitanza. Il mafioso viveva nel sottobosco, e sfuggiva in continuazione dallo Stato. Anzi, direi che questa sua lotta quotidiana con lo Stato era la vera caratteristica peculiare di un’epoca che è senz’altro terminata: oggi, infatti, i nuovi capi sono professionisti, incensurati, colletti bianchi, insomma gente che vive e opera alla luce del sole, inserita in tutti gli ambienti, e che può contare su amicizie influenti. Sotto certi punti di vista, allora, Messina Denaro può essere considerato l’ultimo boss sullo stile dei corleonesi, dopo Liggio, Riina e lo stesso Provenzano. Ma, va detto, a differenza dei suoi predecessori, non è nel cuore della mafia palermitana. Ecco perché con la “morte in vita” di Provenzano se ne va l’ultimo, vero padrino della mafia. Direi un vero e proprio tramonto, anche piuttosto malinconico.

 

(Piergiorgio Greco)

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