CONCLAVE 2013/ Le vere “provocazioni” dei cardinali a stelle e strisce

Il “metodo americano” non è una semplice tattica mediatica, spiega GIANNI CREDIT, magari al servizio di qualche ambizione personale. E’ necessario dunque cogliere le vere “provocazioni”

06.03.2013 - Gianni Credit
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Il modo con cui i cardinali statunitensi stanno affrontando i giorni del pre-conclave si sta rapidamente imponendo come profilo originale di una sede vacante del tutto inedita. I porporati “a stelle e strisce” (gli elettori in Cappella Sistina saranno 11 su 115) risiedono tutti al Pontificio Collegio Nord-americano sul Gianicolo; si muovono assieme su un piccolo bus verso le congregazioni generali in Vaticano; si alternano al tavolo di un “briefing” pomeridiano che sta oggettivamente diventando l’unico momento comunicativo strutturato del pre-conclave a fianco del punto quotidiano tenuto della Sala stampa della Santa sede.

Un primo risultato immediato è che almeno due eminenze d’Oltre Atlantico (Tim Dolan, arcivescovo di New York; e Sean O’Malley, di Boston) stanno scalando le classifiche delle citazioni nel classico gioco del toto-Papa. Un secondo esito – forse altrettanto inevitabile – è che non tutti nel Sacro collegio sembrano condividere il “metodo americano”: a maggior ragione quando, dal “press meeting” statunitense escono indicazioni molto dirette, come ad esempio l’opportunità che il caso “Vatileaks” venga affrontato a dovere prima del conclave. Ma tant’è: “Noi riteniamo che dialogare con la stampa sia meglio che non farlo”, ha tagliato corto al primo “briefing” Francis George, l’arcivescovo di Chicago (la città del presidente Barack Obama).

E sbaglierebbe – almeno ad avviso del giornalista non-vaticanista che qui scrive – chi liquidasse il “metodo americano” come semplice tattica mediatica, magari al servizio di qualche ambizione personale. Sbaglierebbe chi non cogliesse le vere “provocazioni”, che sembrano andare molto al di là del ruolo dei porporati nordamericani in conclave e che sembrano rivolte tanto dentro quanto fuori della Chiesa. La prima: la Chiesa – la comunità di tutti i cattolici – è un soggetto che da sempre vive di fede responsabile verso l’intera umanità. I martiri erano testimoni: non avevano paura di misurarsi – oggi si direbbe: “con trasparenza” – anche quando dichiararsi cristiani era impopolare, rischioso, mortale. Ma erano sereni e orgogliosi nell’annuncio di Cristo: anche quando questo si rivelava molto problematico, come oggi lo è oggi per un vescovo – per un sacerdote, per un semplice battezzato – al di là dell’Atlantico (ma ormai anche al di qua, per un’infinità di motivi).

Seconda provocazione: nella Chiesa non esistono “peccatori di seria A” e “peccatori di serie B”. Non esistono “errori americani” differenti dagli “errori europei”, magari diversamente quantificati attraverso i risarcimenti chiesti da qualche avvocato d’assalto e concessi volta a volta da un giudice pubblico più o meno severo o ideologico. Nella Chiesa cattolica vivono – ogni giorno – centinaia di milioni di cristiani che – ogni giorno – mettono alla prova la loro fede assieme alla loro umanità: ogni giorno c’è chi ce la fa (mai del tutto); ogni giorno c’è chi cade (mai del tutto), ogni giorno c’è chi riparte (basta un po’, ma per davvero), ogni giorno c’è chi aiuta il vicino a ripartire. In America, a Roma, ovunque. Fino a che la Chiesa sarà “una, universale, apostolica”. E con un Papa.

P.S.: È altamente probabile che i cardinali statunitensi sarebbero lieti per primi di ospitare cardinali non statunitensi ai loro “briefing”.

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