SENTENZA SCAZZI/ Nel cercare la giustizia non dimentichiamoci di mendicare la verità

- Monica Mondo

La sentenza del caso Scazzi è arrivata dopo 15 mesi di colpi di scena. Ma i colpevoli sono stati assicurati alla giustizia, e il verdetto è arrivato. E la giustizia? Ne parla MONICA MONDO

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Due anni e mezzo, un po’ di più, da quell’agosto 2010. Per avere una sentenza sull’omicidio barbaro di Sarah Scazzi ci sono voluti due anni e mezzo, tra incalzanti colpi di scena e cambi di prospettiva. Tanti, non così tanti per la complessità del caso. C’era un reo confesso, che però mentiva, per difendere la famiglia. C’erano due donne affrante, che mentivano per difendere se stesse. C’era la mancanza di un movente, se non futile, e la mancanza di prove certissime. C’era un gorgo morboso di passioni deviate, un intrico di legami affettivi belluini e quindi incomprensibili, inaccettabili dalla ragione. Lui, Michele Misseri, protagonista di una cupa novella verghiana, dominato, vessato da due virago a loro volta legate da un sodalizio carnale, trasformate in furie assassine da un groviglio di gelosia, invidia che attraversa almeno due generazioni. Cosima e la sorella, madre di Sarah. Sabrina e la cugina, più giovane e graziosa. Insopportabile confronto tra figure femminili tanto diverse, in un contesto di paese chiuso, venato da ignoranza, superstizione e omertà. Non era facile trovare la verità, nella ridda di dichiarazioni, accuse e confessioni contraddittorie e confuse. Senza dimenticare che ci sono altre figure coinvolte, complici fattivi o silenti, cui la Corte ha comminato pene più blande, ma che ha riconosciuto colpevoli. C’è da tremare a mettersi al posto dei giudici. Questi giudici e tutti quelli chiamati a decidere in casi di cronaca efferati simili, quando la certezza della colpa non è evidente, così evidente secondo i canoni che la criminologia insegna. Penso all’omicidio del piccolo Samuele Lorenzi, all’omicidio di Meredith Kercher, di Yara Gambirasio. La pubblica opinione ha subito individuato il colpevole. Ma mancano tutte le prove necessarie e stabilire un ergastolo non è un gioco o un’opzione leggera. Che responsabilità tocca ai giudici. Che umiltà toccherebbe ai giudici. Quale coscienza di un’impotenza ultima, non condizionante, non depressiva, tutt’altro: l’impotenza ad esercitare una giustizia piena, a conoscere la verità assoluta. Ragioniamo sul caso di Avetrana: Sabrina e Cosima sono colpevoli. Allo stesso modo? L’ergastolo comminato alla prima ha lo stesso peso che alla seconda? Non sarà un “per sempre”, per la ragazza, forse lo sarà per la madre. In un caso, la pena potrà essere redentiva, come cita la Costituzione. Nell’altro, per ragioni anagrafiche, chissà, pur sapendo che nessun giudice conosce il cuore dell’uomo e il suo pentimento, che può essere già in atto, o attendere l’ultimo espiro. E Zì Michele è solo un utile idiota, una vittima, e i suoi otto anni di pena sarebbero già troppi o ha colpe più profonde e più severamente punibili?

Per il caso Scazzi siamo al primo grado di giudizio, che è stato di complessa soluzione. Ci saranno ribaltamenti di appello o alla fine in Cassazione? La vicenda giudiziaria di Alberto Stasi ci mostra che tutto è possibile, perché i giudici sono persone e possono sbagliare, sono condizionabili, dal “si dice”, dalle loro opinioni, da pressioni esterne, dalle loro stesse erronee conclusioni. Anche se la politica li ha strumentalmente eletti a detentori della verità e moralità, anche se ne ha fatto figure di riferimento ingiudicabili in sé, per la loro stessa funzione. La giustizia degli uomini non può mai essere del tutto giusta. Può avvicinarsi alla giustizia, può cercarla, consapevole dei propri limiti, aperta a ricredersi e rivedere i suoi passi. Deve sapere che può essere fallace. E noi spettatori, troppe volte tifosi, voyeurs della cronaca più nera e perturbante dovremmo rispettarli e sostenerli per questo, perché ci ricordano, ad ogni seduta di tribunale, ad ogni giudizio la nostra condizione di uomini: mendicanti di verità, combattenti di una verità che no possiamo possedere, non è in noi, non è da noi.



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