L’INCHIESTA/ Ecco perché Cosa nostra salvò Berlusconi dalla ‘Ndrangheta

- int. Paolo Pollichieni

Nella seconda metà degli anni ‘70 la ‘Ndrangheta era decisa a rapire Silvio Berlusconi, ma Cosa nostra glielo impedì. E’ quanto rivela il Corriere della Calabria diretto da PAOLO POLLICHIENI

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Silvio Berlusconi (Infophoto)

Nella seconda metà degli anni Settanta la ‘Ndrangheta era decisa a rapire Silvio Berlusconi, ma Cosa nostra glielo impedì. E’ quanto rivela un’inchiesta giornalistica del settimanale “Corriere della Calabria”, diretto da Paolo Pollichieni, che si basa sulla testimonianza del pentito Angelo Siino. L’accordo tra mafia e calabresi fu proprio all’origine della frattura nella ‘Ndrangheta che portò alla sanguinosa faida tra le famiglie dei Condello e dei De Stefano. Ilsussidiario.net ha intervistato il direttore Pollichieni.

Per quale motivo la ‘Ndrangheta era pronta a rapire Berlusconi?

Nella seconda metà degli anni ’70 Cosa nostra era leader nel narcotraffico internazionale, e la ‘Ndrangheta era leader nell’anonima sequestri. Le cosche calabresi individuavano dei grandi imprenditori del Nord e li sequestravano. In questo contesto a Pavia fu rapito Giuliano Ravizza, re delle pellicce Annabella, l’imprenditore Borghetti, l’armatore D’Amico. A essere interessati al rapimento di Berlusconi erano i clan di Platì, che a Milano e a ridosso di Milano 2 erano molto forti. Per questo si pensò che Berlusconi potesse essere l’obiettivo ideale dell’anonima sequestri.

Quindi che cosa accadde?

Ciò configgeva con altri piani e con altri rapporti che facevano capo a Cosa Nostra. L’obiettivo della ‘Ndrangheta era molto banalmente quello di fare soldi, quello di Cosa Nostra era tenersi buoni i rapporti con Berlusconi e far fare bella figura a Dell’Utri. Per le cosche siciliane la ‘Ndrangheta andava quindi bloccata. Dai verbali in nostro possesso emerge che non fu una cosa indolore, anzi che all’interno della ‘Ndrangheta ci furono i primi strappi tra la famiglia Condello e i De Stefano, che dal 1985 in poi scatenarono una faida che provocò 621 morti.

Per quali motivi Cosa nostra riteneva che Berlusconi andasse protetto?

Per la ‘Ndrangheta Berlusconi era solo un ricco imprenditore. Per Cosa nostra, che all’epoca era la leadership criminale, il Cavaliere era molto di più. Non dimentichiamo che era l’uomo della P2, tanto è vero che per salvarlo si mobilitò anche la Massoneria. Berlusconi stava iniziando a gestire le reti e i ripetitori per costruire il suo impero televisivo e si accingeva ad acquistare la Standa, da cui avrebbe tratto benefici anche Cosa nostra. Era inoltre un imprenditore vicino al Partito Socialista, cioè agli ambienti craxiani e quindi ai cementi della famiglia Gardini. Per Cosa nostra poteva rendere quindi molto di più farsi amico Berlusconi piuttosto che rapirlo.

Chi è Siino, il pentito che ha rivelato come la mafia evitò il rapimento del Cavaliere?

Il pentito Angelo Siino è stato il “ministro” dei Lavori pubblici di Cosa nostra, l’uomo che teneva i rapporti con le grandi aziende che andavano a investire in Sicilia.

 

Per quale motivo ritiene che le sue rivelazioni, a differenza di quelle di altri pentiti, siano attendibili?

 

I magistrati che hanno condannato Dell’Utri si sono basati molto su Siino, dichiarandolo attendibile come era avvenuto in precedenza nel corso di molti processi passati in giudicato. Quando avvenne l’incontro tra Mafia e ‘Ndrangheta per discutere sull’eventuale rapimento di Berlusconi, Siino racconta che li accompagnò ma che non si sedette a tavola con loro. Capì quindi che c’erano stati momenti di frizione perché durante il viaggio di ritorno in macchina da Milano il boss Bontade era molto contrariato, tanto che esclamò: “Ma questi chi si credono di essere, ci hanno trattato con superficialità”. Siino quindi non racconta nulla di più di quello che cade sotto la sua diretta percezione, non interpreta i fatti ma li descrive e basta.

 

(Pietro Vernizzi)

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