IL FATTO/ Morire ad Aversa a 15 anni, ma vivere per che cosa?

- Monica Mondo

A soli 15 anni, Emanuele Di Caterino è stato ucciso da una coltellata. A sferrare il colpo un quasi coetaneo, di soli due anni più grande. E’ accaduto ad Aversa. MONICA MONDO

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Avere 15 anni ad Aversa e trovarsi a mezzanotte col cuore spaccato. Avere 15 anni ad Aversa ed essere nipote di un boss; avere per migliore amico il nipote di un altro boss e per altri amici cognomi che fanno Schiavone, Zagaria… I ragazzi coinvolti nella rissa tra adolescenti ad Aversa, l’altra sera, si chiamavano però Paolo, Massimo, Vito, Totò e Antonio. Si fa per dire, nomi normali, insomma, ma nomi propri. La famiglia pesa già sulle loro spalle, con quei cognomi che significano cosca, faida, omertà, morte.

Avere 15 anni ad Aversa e trovarsi in piazza, in queste sere che già fanno presagire l’estate, tiepide sere d’aprile. Si chiacchiera, si parla di ragazze, si spettegola, si litiga. Si fa anche a botte, talvolta. Ma un coltello che ti si pianta nel cuore, quello non lo puoi prevedere. O forse sì. Stamane leggendo il giornale ad alta voce una signora al bar commenta: è normale, laggiù. Siamo a Roma, dove non è che quanto a sicurezza ce la passiamo bene. Ma quel laggiù dà l’idea della distanza abissale, di vita, di cultura. Un altro mondo, che pare irredimibile.

Avere 15 anni ad Aversa e non poter scegliere: non sono sicura che i vari Totò e Vito o Michele possano avere in mente un altro modo di rapportarsi con gli altri che non sia sopruso, sopraffazione, intimidazione. Hanno imparato così, da piccoli, a vantarsi della paura per i loro parenti; a veder madri e sorelle e zie inchinarsi complici e compiaciute ai loro uomini duri, orgogliose di far parte della casta giusta, quella che comanda. Qualcuno lo prendono, qualcuno muore ammazzato. Sono titoli di merito, bandiere da ostentare in faccia ai carabinieri e alla gente qualunque, che abbassa la testa e non ha più coraggio, né speranza.

Avere 15 anni ad Aversa: dove la cosa più ingenua e innocua quand’eri più piccolo era tuffarsi nelle fontane del parco della Reggia di Caserta, un gioiello di architettura e arte che sta andando in rovina. Come a dire: faccio quello che voglio, io posso. Chi li caccia, dei ragazzi con cognomi tanto pesanti? Chissà cos’ha spinto quel disgraziato diciassettenne ad aggredire nella notte dei coetanei, mentre si parlava all’aria di primavera. Sapeva di segnare la sua condanna? Sapeva, e non poteva farne a meno, per un richiamo di sangue che qualcuno gli aveva inculcato? O fatalmente sta già piangendo, implorando la prigione, e la pietà per i suoi familiari?

E’ questa la legge, laggiù. Laggiù. Toccherebbe ribellarsi ad uno Stato che in un secolo e mezzo non ha saputo spiegare, imporre la giustizia, il rispetto, la convivenza pacifica. 

Uno Stato che è presente solo per ruberie e affiliazione ai clan, con opportunistico silenzio. Uno Stato che lamenta sempre e soltanto i soldi che mancano. E continua con gli sprechi, si ostina con le coperture, una rassegnazione inerte e colpevole. Ma non è questione di soldi.

Schiere di educatori, ci vogliono, testimoni di verità e bellezza, a riempire strade e vicoli e piazze, magari proprio la sera, quando le ombre si addensano. A cercare e incontrare i ragazzi, cominciando dai più piccoli. Raccontando fiabe, inventando giochi, prendendoli per le orecchie e portandoli a scuola (assicurandosi che la legge del più forte, almeno lì, non sia l’unica legge vigente, e i professori abbiamo abbastanza amore e coraggio per esserne liberi). Pattuglie di giovani volonterosi, e magari soldati, perché no, che sorridano ai più giovani, come fanno così bene in Afghanistan, in Congo, laggiù. Laggiù. Che mostrino l’onore e la generosità, l’amore alla vita. Un coprifuoco amorevole, ogni volta che scende il sole all’orizzonte, per chiamare a raccolta i giovani del posto e senza chiacchiere, cui non crederebbero, senza intimidazioni, che scatenerebbero altra rabbia, mostrino i loro più larghi orizzonti, e la ferma certezza che si può, invece, cambiare, si può tagliare con atavici riti e tributi di sangue, si può essere uomini, di più, perdonando, pensando a un lavoro, guadagnato con fatica, che soddisfazione, un futuro dove conti per quel che sei, non per il cognome che porti.

Conti tu, Vito o Antonio o Totò. Che sai piangere sul cuore spaccato del compagno di giochi e scorribande notturne, e sai gridare una volta per tutte basta, non si può più. Io sono io, io alzo la testa, io, che non voglio sere solo, io che ho incontrato amici, maestri, compagni di viaggio. Qui ed ora, perché il laggiù sia un ricordo passato, il seguito di un c’era una volta che racconteranno per far paura ai figli dei loro figli.

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