RUSSI CANNIBALI/ Meluzzi: quello dei due pescatori è un caso ancora da chiarire

Due pescatori, dopo aver vagato per settimane tra le insidie della foresta siberiana a seguito di un incidente, si sono cibati del corpo dell’amico morto. Il commento di ALESSANDRO MELUZZI

lupo_carne_r439
Foto: InfoPhoto

Rimanere coinvolti in un incidente durante una battuta di pesca, trovarsi isolati tra le insidie della foresta siberiana e, in totale assenza di cibo, scegliere di nutrirsi con il corpo di un amico morto. Non è un film, né un romanzo, ma ciò che è realmente accaduto lo scorso novembre a due pescatori russi, Alexander Abdullaev, 37 anni, e Alexei Gorulenko, 35 anni. Con la loro jeep fuori uso e nessun modo per avvertire i soccorsi, i due sono rimasti completamente isolati insieme a un altro amico e una quarta persona di cui tuttora non si hanno notizie: l’uomo di cui si sono cibati per sopravvivere è morto di freddo, sostengono i pescatori, “non lo abbiamo ucciso noi. È morto congelato per via della gamba ferita e quando lo abbiamo trovato, l’abbiamo mangiato per sopravvivere. Avevamo bisogno di proteine, il suo corpo ci ha permesso di sopravvivere per dieci giorni”. La moglie dell’uomo non crede però alla loro versione e chiede giustizia: “Sappiamo che Andrei è morto altrove e che l’hanno trascinato attraverso la neve. Hanno mangiato il suo corpo, pezzo dopo pezzo. Un piede con un dito, un altro dito e la parte posteriore del cranio con alcuni capelli: questo è quello che resta dell’uomo che amavo”. Insieme al professor Alessandro Meluzzi, psichiatra e criminologo, commentiamo quanto accaduto.

Come giudica episodi di questo tipo? Bisogna innanzitutto dire che il cannibalismo è una pratica ancora non completamente archiviata nell’antropologia umana, giunta a noi da tempi molto remoti, probabilmente dalla preistoria. Abbiamo tracce di svariate popolazioni dedite a forme di cannibalismo rituale, come nella Papua Nuova Guinea o in alcune isole indonesiane, casi in cui comportamenti di questo tipo sono amplificati da espressioni ai confini della psicopatologia rituale antropologica, non legate quindi a una dimensione puramente alimentare o di sopravvivenza.

Tale comportamento è poi diventato un tabù con l’avanzare della civiltà? Esatto, ma rimane comunque un comportamento legato, soprattutto dal punto di vista simbolico-rituale, all’idea della piena e totale donazione di sé. Basti pensare all’immagine cristiana del pellicano che nutre i suoi piccoli col proprio sangue, semplicemente per dire che cibarsi di carne umana è un comportamento che può assumere significati molto differenti e avere anche un forte valore simbolico.

Cos’è oggi il cannibalismo? In alcuni casi il cannibalismo può rappresentare il risultato di un tentativo estremo e drammatizzato di sopravvivere in condizioni post-catastrofiche, come avvenne dopo il celebre disastro aereo delle Ande raccontato anche in un film (“Alive-Sopravvissuti”, ndr). In questi casi nutrirsi della carne di un altro essere umano morto può rappresentare l’unica possibilità di salvezza.

Un’esperienza del genere deve essere però estremamente traumatica… Non è assolutamente un’esperienza indolore e senza dubbio lascia in chi ha dovuto viverla alcune profonde lesioni psicologiche spesso irreparabili.

Crede che chiunque, in caso di estrema emergenza, sia in grado di cibarsi del corpo di un altro essere umano?

Non tutti sarebbero in grado di farlo. Basti pensare che nel caso dell’incidente aereo sulle Ande venne scelta una persona in particolare, studente universitario di medicina, che aveva il compito di andare nella neve a cercare i cadaveri e tagliare alcune parti a fettine sottili. Queste vennero fatte essiccare leggermente, proprio per renderle quasi irriconoscibili e tentare così di evitare di comprendere ciò che stava realmente avvenendo. Una cosa è nutrirsi di una parte di uomo non identificata, un’altra è mordere un braccio.

La cronaca ci fornisce inoltre molti casi di cannibalismo praticato senza alcuna situazione di emergenza. Cosa può dirciSi tratta di cannibalismo psico-patologico, praticato da alcuni soggetti che lo utilizzano come forma di manifestazione estrema del sadismo. Ricordo il caso clinico di un cannibale seriale a Mosca che aveva ucciso una ventina di persone di cui custodiva alcune parti in frigo che consumava periodicamente. Oppure un altro, quello di uno stupratore seriale a Parigi che mangiava parti delle ragazze adolescenti che uccideva. Vi sono poi forme addirittura più estreme di queste manifestazioni, cioè quelle in cui il cannibalizzato è complice: è lui a chiedere esplicitamente di essere mangiato.

Nel caso dei due pescatori, la vedova dell’uomo mangiato e il suo avvocato si chiedono adesso come mai i sopravvissuti abbiano scelto di nutrirsi del corpo dell’amico e non degli animali che avrebbero potuto catturare nella zona. Lei può ipotizzare una risposta? E’ probabile che dietro quanto accaduto vi siano componenti patologiche, rituali o disturbate. Nell’episodio in questione non mi sembra che i due pescatori si trovassero in condizioni tali da giustificare una scelta estrema di questo tipo, come invece potrebbe avvenire dopo un naufragio o un disastro aereo su una catena montuosa. Sarà quindi opportuno indagare più a fondo e capire quali rapporti vi fossero tra le persone protagoniste della vicenda.

 

(Claudio Perlini)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori