JOLLY NERO/ Genova, tradita dal suo porto, deve tornare ad essere “figlia”

- Federico Pichetto

La tragedia della Jolly Nero ovvero come gli uomini, non il Fato, hanno ferito Genova. Ma non tutto è perduto e la speranza può stare solo nel cuore della gente. FEDERICO PICHETTO

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Immagine di archivio

Una corona di ferro e due mani come intrecciate: è tutto quello che rimane della Madonna del Mare, incastonata nella Torre dei Piloti sul molo Giano di Genova nel 1997, distrutta insieme alla torre stessa martedì notte dalla nave cargo Jolly Nero. E adesso, più passano le ore, più quei “resti” della statua assumono una valenza simbolica, quasi profetica. 

E i motivi sono tanti. Anzitutto perché Genova è la città di Maria: la stessa etimologia (quella derivante dal latino ianua, porta) accomuna la città alla Madre di Cristo, porta del Cielo. Come Genova è la porta del Mediterraneo per coloro che vengono dalle terre del nord, così Maria è il punto dove la terra si apre al Cielo e dove il Cielo svela la Sua Misericordia. Maria e Genova sono indissolubilmente legate da una devozione che si estende per tutta la Liguria, dal Monte Figogna a Savona, da Soviore alla pianura Ingauna. Ferire Genova è ferire Maria e quelle mani intrecciate, segno di una preghiera accorata ed estrema, sono lì a testimoniare come l’incidente dell’altra notte non sia stato qualcosa di banale. 

A essere colpito è stato il Porto, il cuore oggi malato di una città già in ginocchio a causa della crisi economica, il simbolo per secoli di una superiorità incontrastata, costruita sulle virtù di quei marinai che la Torre dei Piloti doveva proteggere e custodire. Invece è bastato poco, un’avaria, una svista, una scintilla, per mettere a nudo che la Genova mitica, Signora del mare e dei porti, forse non c’è più. La città si è scoperta debole, fragile, in balia della natura (come per l’alluvione del 2011), ma ancor più degli uomini. 

Perché sono gli uomini che hanno tradito Genova. Forse progettando una torre poco solida, forse non controllando il cargo a dovere prima della manovra, forse non eseguendo correttamente la manovra stessa, forse non fermando la nave in tempo. Nessuno sà dire qualcosa, ma oggi – come con il torrente Fereggiano lo scorso anno – prendersela con la natura o col Fato non basta: c’entra l’uomo. Un uomo sempre più abbruttito, ripiegato su se stesso, privo di quel rapporto maturo col mare e con l’ambiente che davvero lo può custodire e proteggere. Oggi, come all’inizio della storia, gli uomini si trovano ancora a dover temere la natura, ad esorcizzarla con le loro tecniche, incapaci di dialogare seriamente con l’acqua, con la terra, con l’aria e col fuoco. 

Per questo quelle mani e quella corona dicono molto di più di una statua cristiana che non ha saputo fermare l’orribile tragedia: dicono di un uomo che ha rotto i legami con la propria terra e con la propria madre, di un essere umano che si crede adulto perché indipendente o autonomo, capace di giocare con tutto, anche con la vita umana. 

Genova da martedì sera forse non è più come prima. Ha scoperto che non basta una storia millenaria e strutture gigantesche a proteggerla, ha scoperto di aver delegato il proprio cuore, il porto, a persone che molto spesso lo sfruttano invece di amarlo. 

Genova non deve nascondersi la verità. Deve tornare a essere figlia, custode di quel Mare che le è stato affidato, discepola di Quella Signora che la implora, come una Madre, di non perdersi nella notte, di prendersi cura di se stessa e della propria vocazione. Lei, la Regina, oggi sta lì in mille pezzi a dire che non bisogna avere paura di scoprirsi fragili e deboli se abbiamo la consapevolezza di essere amati. Perché la nostra speranza è tutta qui: non nelle indagini, non nella giustizia terrena, ma nel cuore di tutti quei genovesi e di quei pendolari che ogni mattina si alzano e vanno a scuola, in università, nelle parrocchie, nelle fabbriche, sul posto di lavoro. Migliaia di persone che ogni giorno devono decidere se vivere seriamente la loro vita, avvertendone tutto il dramma, o se lasciarsi vivere, sperando che l’incuria e la superficialità domani li possa ancora evitare nell’ennesimo dramma che può colpire la città. 

Genova è come una sposa ferita nel cuore, in lutto per aver perso chi la sa amare davvero, come Maria essa ha bisogno dei suoi figli e dei suoi marinai che raccolgano i frammenti di quella statua e ricomincino a costruire, che nel silenzio delle lacrime ritornino a mettere il piede e il cuore di fronte al loro mare, di fronte al loro Destino. Genova non è morta. Essa risorge ogni volta che le nostre mani si intrecciano a quelle di Maria e chiedono, con tutta la tenerezza dell’anima, il dono di un nuovo inizio. Ogni giorno ferita, ogni giorno fragile, Genova − come ogni uomo e ogni donna di buona volontà − ha solo bisogno di essere di nuovo amata e di sentire nel mezzo della tempesta la forza, semplice e impetuosa, di un’Ave Maria.

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