ARTIGIANO SUICIDA/ Colpa di Grillo o della nostra cattiva speranza?

- Federico Pichetto

A Savona un imprenditore si è suicidato dandosi fuoco. Era lo stesso che all’indomani della vittoria elettorale di Grillo, gli chiese aiuto andando a casa sua. FEDERICO PICHETTO

grillo_giornalisti_profiloR439
Beppe Grillo (Infophoto)

L’effetto boomerang è arrivato. Dopo mesi che dalle piazze di tutta Italia Beppe Grillo inneggia all’azzeramento della politica tradizionale per poter non solo rivoluzionare il concetto di democrazia, ma anche per dare risposte serie e concrete alla crisi economica, il suicidio di un imprenditore savonese che proprio a Grillo, all’homo novus, si era rivolto per risolvere i problemi finanziari che lo attanagliavano, riporta il fondatore del Movimento 5 Stelle, e i retorici della crisi, con i piedi per terra. 

Non si tratta di seguire il gioco dei grillini e, quindi, di individuare in chi non ha saputo ascoltare il quarantasettenne imprenditore il colpevole del folle gesto di autolesionismo, né di gongolare perché, appunto come un boomerang, le parole del comico genovese adesso calzerebbero perfettamente per se stesso, ma di cogliere in questa nuova tragedia l’ennesimo segno della realtà che ci parla e che ci educa. Infatti l’imprenditore di Savona non è morto per colpa della politica, vecchia o nuova che sia, ma è morto per un gesto di disperazione dettato dal fatto di non aver incontrato nessuno capace di accogliere tutto il peso della sua sofferenza. 

Lo scopo che il Movimento 5 Stelle, e molto del dibattito attuale, assegna alla politica è paragonabile solo al compito di una religione: guardare con verità e rispondere seriamente alle domande ultime dell’uomo. La politica questo non lo può fare, non lo sa fare. E non perché i politici italiani siano ladri, corrotti, generati da un sistema clientelare, ma perché quel tipo di sguardo sulla miseria e sulla disperazione non è il compito della politica. Il dramma del nostro tempo non è avere poche domande, ma porre le domande giuste ai legami sbagliati. Per questo la situazione è più seria di quello che sembra. 

L’opera atroce che i media stanno intraprendendo a tutti i livelli nel nostro paese, come nel resto del mondo, è infatti quella di indicarci di volta in volta i soggetti cui dobbiamo porre le nostre domande. Così, per il sistema, la domanda di affetto va posta al legame di coppia (etero, gay o lesbo che sia), la domanda di verità va posta al mondo dell’informazione, la domanda di giustizia va posta alla politica e la domanda di pienezza, infine, va rivolta alla posizione lavorativa che si occupa o che si vorrebbe occupare. In questo modo si riduce il desiderio stesso dell’uomo, che è infinito e che non riesce ad accontentarsi a lungo delle strutture codificate in cui l’inner circle mediatico vorrebbe irreggimentarci in una sorta di apatia collettiva. 

Per questa ragione, quando la vita bussa, e ti accorgi che la politica, l’amore e il lavoro non possono rispondere ai problemi veri della tua esistenza, non ti resta altro che la percezione di un grande vuoto che diventa nel tempo disperazione, dramma, tragedia. Ed è questo che è avvenuto a Savona. Chiunque pensi di poter usare politicamente questa vicenda, in un senso come in un altro, è meschino e stupido, incapace di cogliere la profonda domanda di rinnovamento che proviene da fatti come questo: il rinnovamento vero, l’autentica “riforma”, consiste nel dare nuova forma, nuovo valore e nuovo significato alle cose, alle domande dell’uomo come alla politica. 

Questi fatti o ci turbano, e turbandoci ci mettono in discussione in relazione al modo con cui noi ci rapportiamo con tutto, oppure vengono automaticamente inclusi nella nostra lettura ideologica della realtà, senza cogliere la profondità del messaggio che ci viene rivolto. Nessuno può speculare sul dolore, ma a partire dal dolore tutti possono ritrovare il loro posto: i politici, comprendendo che nessuno dei loro provvedimenti potrà salvare o mettere al sicuro il cuore dell’uomo, e le persone, nel riprendere con forza la consapevolezza che al fondo di ogni nostra attesa resta la speranza di incontrare un volto, uno sguardo, che abbracci davvero tutto il nostro io e la nostra disperazione. Tutte le bugie generano solitudine. E se la politica, o i media, continuano a raccontare bugie sulla vita e sul suo compimento, difficilmente sapremo guardarci gli uni gli altri come popolo, come nazione. E questo, capite bene, non è un problema religioso o sociale, ma è un problema di tutti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori