BEATIFICAZIONE DON PUGLISI/ Il suo sacrificio non va “confuso” con quello di Falcone

Oggi al Foro Italico di Palermo si tiene la liturgia di beatificazione di padre Pino Puglisi, ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993. Perché viene beatificato? FRANCESCO INGUANTI

25.05.2013 - Francesco Inguanti
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Don Pino Puglisi

Per una fortuita coincidenza la beatificazione di don Pino Puglisi, parroco di Brancaccio ucciso dalla mafia il 15 settembre del 1993 avviene a Palermo ad appena 48 ore dalle celebrazioni per  21° anniversario dell’uccisione di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e degli uomini della scorta.

Palermo diviene così palcoscenico in poche ore di due momenti di grande intensità emotiva e di profondo impegno civile e religioso.

L’accostamento dei due avvenimenti così cruenti e così drammatici è naturale, così come è naturale chiedersi la differenza che li contraddistingue. 

Puglisi e Falcone, offrendo la loro vita, hanno dato un significativo contributo di sangue, che – aggiunto a quello offerto da tanti altri uomini delle istituzioni -, ha inferto un duro, ma non definitivo colpo alla mafia. 

Ma perché la Chiesa ha ritenuto di beatificare don Pino Puglisi? L’Arcivescovo di Monreale, Mons. Cataldo Naro, circa dieci anni fa sosteneva, proprio riferendosi al martirio di don Pino, che “il martirio evidenzia, in qualche modo, una carenza della Chiesa, un suo limite sul piano della testimonianza; è, di fatto, una denuncia di ciò che non c’è e di cui ci sarebbe bisogno”. Ecco, quindi una prima angolazione da cui leggere l’uccisione del sacerdote palermitano. Il martirio serve a richiamare all’attenzione dei fedeli cristiani, innanzitutto ma non solo, la necessità di un di più che manca, ma che può e deve esserci. 

E Naro precisa: “Non ci può essere un martirio senza che ci sia un retroterra, un ambiente che lo esprime, una realtà che è stata capace di prestarsi a questo dono dello Spirito del Signore Risorto”.

Questa sottolineatura fa piazza pulita delle polemiche che accreditavano un don Puglisi solo e abbandonato dalla Chiesa. Don Puglisi non godeva della stessa compagnia dei suoi confratelli che si fregiavano del titolo di “preti antimafia”. Non viveva sotto i riflettori, non viveva scortato, non viveva di convegni e interviste. Viveva della compagnia di Cristo che gli fu compagno fino alla fine, fino al momento dello sparo della pistola, quando, consapevole che era giunta la sua ora, seppe sorridere per l’ultima volta (e con lo stesso sorriso accolse anche quanti andarono a trovarlo nella sala mortuaria).

Il martirio di Puglisi affonda quindi le sue radici in un significativo retroterra religioso e spirituale che dopo la sua morte è divenuto patrimonio condiviso e convinto di tutti siciliani. Conclude Naro: “Quel che è certo, comunque, è che padre Puglisi era espressione di qualcosa che andava preparandosi nella chiesa palermitana”. 

Il riferimento è ai segni premonitori di quella maturazione nella Chiesa siciliana che la portò ad una chiara, esplicita e ferma convinzione dell’incompatibilità dell’appartenenza mafiosa con la professione di fede cristiana: il mafioso, in forza della stessa appartenenza alla cosca dedita strutturalmente al crimine, si pone oggettivamente fuori della comunione ecclesiale, è stato ribadito anche in documenti ufficiali. E proprio in tal senso per la Chiesa siciliana l’atteggiamento pastorale verso i mafiosi va accompagnato alla esigenza di prevenire i fenomeni criminosi ed aiutare i mafiosi a pentirsi, a riparare il male fatto e a diventare persone nuove. Questi contenuti sono stati ulteriormente ribaditi nell’incontro che i presuli siciliani hanno avuto ad inizio settimana con Papa Francesco.

Ed è proprio questo retroterra che ha dato e continua a dare frutti, anche se spesse volte indecifrabili secondo i canoni del pensare comune. 

Don Fabrizio Francoforte, l’attuale parroco di Brancaccio, alla domanda: “cosa è cambiato nel quartiere a vent’anni della morte di don Pino” ha detto: “Per vedere il cambiamento della fede sono necessari occhi buoni. Il vero cambiamento è quello operato dallo Spirito nel cuore degli uomini. Noi uomini ne vediamo le conseguenze e non sempre ci riusciamo. Ma nel cuore dell’uomo può vedere solo Dio, ed io attraverso il mio ministero sacerdotale a Brancaccio posso testimoniarlo”.

Ma il riconoscimento del martirio di don Pino ha un valore universale perché tutti i martiri sono stati uccisi per dare testimonianza.

Mentre, quindi, va dato grande riconoscimento a quanti sono stati uccisi per un ideale o per qualcuno, e certamente Falcone o Borsellino sono morti non solo per coerenza ai valori che professavano, ma anche per amore ai fratelli, ai siciliani, alla loro terra, di Puglisi va aggiunto che è morto non solo per Cristo, ma anche con Cristo.

Il teologo don Massimo Nato afferma in tal senso che il valore del sacrificio di don Puglisi “sta nel fatto che egli è morto con “Qualcuno” venendo così coinvolto nel martirio stesso di Cristo”.

La dottoressa Mirella Agliasto, che in qualità di giudice a latere nel processo che condannò gli uccisori e i mandanti di Puglisi scrisse le motivazioni della sentenza, nel ripercorrere le tappe di quei difficili anni ha detto: “La ricostruzione del delitto negli atti processuali non è mai stata contestata. E da essi emerge con chiarezza che l’odio per Puglisi nasceva dal suo essere prete e dal fare il prete in quel modo. Risulta anche che i mafiosi tentarono di avvicinarlo con lusinghe economiche. Gli offrirono parecchi milioni per la festa patronale. Ma quando rispose che era meglio destinare quella somma ai bisogni del quartiere non si fecero più vedere”. 

Già dalla lettura della sentenza, quindi, appare chiaro che a Brancaccio si consumò uno scontro tra poteri. Un muro contro muro che non era identificabile nel confronto tra le buone opere di don Puglisi e il falso solidarismo dei mafiosi. Si manifestò un odio alla persona del sacerdote che derivava non dalla sua bravura personale, ma dalla sua appartenenza a Cristo. L’odium fidei che la Chiesa riconosce solo ai martiri, coloro che appunto sono morti per difendere la fede cristiana.

E mons. Michele Pennisi, da poche settimane nuovo Arcivescovo di Monreale aggiunge: “La mafia ha ucciso don Pino perché la sua logica criminale è incompatibile con quella del vangelo. La pericolosità dell’azione di Puglisi per i mafiosi nasceva non a causa del bene che faceva, ma per la minaccia che rappresentava al loro potere. La mafia con l’assassinio di don Puglisi ha voluto colpire la Chiesa con un segnale forte, manifestando in questo modo l’ateismo pratico che la contraddistingue, non ostante certe parvenze di religiosità mistificatorie”.

Ecco perché la Chiesa lo indica come esempio da seguire e come beato cui rivolgersi. Per questo oggi don Pino Puglisi è più amico e più familiare di tutti.

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